Non si chiude il fronte aperto sul Ponte sullo Stretto, l'opera da 13,5 miliardi che il governo, Salvini in testa, vuole cantierare ormai da 4 anni con alterna fortuna, soprattutto sul fronte giuridico. L'obiettivo oggi è correre per posare la prima pietra entro la fine della legislatura ma senza forzare la mano, ponendosi in direzione ostinata e contraria al dettame della Corte dei conti. Per questo adesso si lavora pancia a terra a riscrivere una delibera che questa volta possa incassare il placet dei magistrati contabili. Per il momento il ministero delle Infrastrutture, con il supporto della società concessionaria e delle altre amministrazioni, ha avviato i passaggi chiave: richiesta di parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici, coinvolgimento dell'Autorità di regolazione dei trasporti, definizione del nuovo Accordo di programma da sottoporre alla Corte dei conti e prosecuzione del dialogo con la Commissione europea.

La ripartenza dell'iter

La strada però è ancora in salita e riparte dal decreto Commissari che ha rimesso in fila l'iter per i vari passaggi, dal Cipess in poi. Dopo l'audizione del 24 marzo in Commissione Ambiente del Senato, l'Autorità anticorruzione guidata da Giuseppe Busia ha inviato in Parlamento le osservazioni al decreto e al riavvio dell'opera. Un documento di 20 pagine che approfondisce, punto per punto, i rilievi già anticipati dal presidente Giuseppe Busìa: dubbi sulla compatibilità europea, perplessità sulla struttura finanziaria, critica secca al metodo scelto dal Governo. Dall'altra parte, la società Stretto di Messina, concessionaria dell'opera, respinge le accuse e rivendica la tenuta giuridica dell'impianto.