Steven Spielberg è uno di quei polverosi supermercati di quartiere dove ti portavano da bambino. Sai che è sempre lì, riconosci l’insegna, ma i prodotti sugli scaffali hanno un che di stantio. Il suo Disclosure Day è l’ennesima prova che i “mostri sacri” di Hollywood faticano a tenere il passo con un’epoca che si muove alla velocità dell’intelligenza artificiale. Un cinema che sembra rimasto al 1977, l’anno di Incontri ravvicinati del terzo tipo.

Disclosure Day si presenta come un ideale infatti come ideale completamento di Close Encounters. I dischi volanti non sono mai andati via e per ottant’anni il governo ne ha nascosto la presenza. Una giornalista del meteo in crisi mistica (Emily Blunt) inizia a parlare in una lingua aliena durante un telegiornale locale (Kansas City), scatenando il panico.

Improvvisamente cerca di incontrare un esperto di cybersecurity (Josh O’Connor) in fuga da truci figuri di una azienda appaltatrice del Pentagono capitanata da Colin Firth e insieme lottano per rivelare la verità al mondo. La regia è ineccepibile come sempre, Spielberg sa costruire l’inquadratura perfetta. Il problema è il contesto. In un’epoca in cui la disinformazione viaggia su TikTok, in cui gli Stati sono in guerra con i droni, l’idea che una giornalista del meteo che parla in lingua aliena in tv sia la scintilla di una rivoluzione globale suona ingenua, quasi naif. È un approccio che profuma di ingenuità anni 80, lontano anni luce dalla complessità odierna.