Come finirà, in fondo, lo sappiamo già. C’è qualche cosa di paradossale in questa quarta guerra Golfo. Dell’Iran si capiscono chiaramente quali sono gli obiettivi – garantire la sopravvivenza del regime e preservare il Libano degli Hezbollah e il Mar Rosso degli Houthi – e quindi la difesa dello spazio geopolitico della Mezzaluna sciita, costruito passando per la Mesopotamia, in oltre 45 anni di guerre e diplomazia.

L’alleanza tra Usa e Israele che ha scatenato la guerra il 28 febbraio proietta invece messaggi sempre più contraddittori e tra loro abbastanza incompatibili. In un lungo articolo su Foreign Affairs, Vali Nasr, politologo iraniano-americano, già consigliere di Obama, afferma che in sostanza l’Iran ha già vinto la guerra asimmetrica, respingendo i tentativi americani e israeliani di imporre la loro egemonia in Medio Oriente.

La prova è che l’Iran, almeno per ora, continua a proteggere i suoi alleati dell’«asse della resistenza» come hanno confermato in maniera anche drammatica gli eventi di domenica notte e di ieri. Non ci sarà un resa senza condizioni di Teheran, come aveva pronosticato Trump, e tanto meno la sua disgregazione come potenza regionale come avrebbe voluto Netanyahu (al cambio di regime aveva creduto solo Donald ma non i suoi consiglieri).