Dopo le due guerre aperte da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, la Repubblica Islamica non è più quella di prima. Si sente molto più forte, e per molti aspetti lo è, e soprattutto non è disposta ad accettare un accordo al ribasso per tornare allo status quo ante. Ormai l’Iran è guidato da una nuova leadership, quella della seconda e terza generazione delle Guardie della Rivoluzione Islamica definitivamente subentrate dopo l’uccisione della Guida Ali Khamenei e di molti del suo gruppo già nei primi attacchi del 28 febbraio. Ed è soprattutto meno ideologica, più assertivamente nazionalista e più pragmatica e tecnocratica sia sul piano delle strategie militari che su quello della gestione della crisi sul piano interno, dove ha anche assunto tratti ancora più autoritari. E così i vecchi schemi con cui il presidente Trump e la sua squadra sembrano cercare un accordo rischiano di rivelarsi inefficaci, mentre il cessate il fuoco raggiunto l’8 aprile si sta cronicizzando nella forma di uno stallo con ricorrenti picchi di tensioni militari. In questa parte di mondo, ha detto del resto l’inquilino della Casa Bianca, un cessate il fuoco è “quando si spara in modo più moderato”.

È in questa nuova realtà che si è rapidamente formata in Iran - in quest’ultimo anno segnato dalle due guerre di giugno e di febbraio - che vanno cercate le ragioni della mancata materializzazione di un accordo che Trump continua ad annunciare come imminente.