La Repubblica islamica dell’Iran vuole continuare a essere la Repubblica islamica dell’Iran e non ha mai pensato di cambiare. Tutti gli elementi su cui si fondava la sua proiezione di forza e minaccia rimangono al centro delle sue operazioni e dopo due guerre in un anno, prima l’operazione Leone che si erge poi le operazioni americana e israeliana Furia epica e Leone che ruggisce, non ha rinunciato a nulla. Il regime resta convinto che per rimanere in vita deve restare ciò che è, senza cambiamenti, senza passi indietro. Ieri il Wall Street Journal aveva un’esclusiva talmente rilevante nel giorno in cui è uscita la notizia di una trattativa per dieci giorni di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, da sembrare poco casuale.Il quotidiano americano con fonti provenienti dalle intelligence israeliana e americana ha raccontato che il progetto nucleare dell’Iran è sì sepolto, ma è ancora vivo. Lo scorso autunno, dopo la Guerra dei dodici giorni, Teheran avrebbe spostato migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio in un tunnel all’interno della montagna del Piccone (chiamata spesso con la denominazione in inglese di Pickaxe Mountain), non lontano dal sito di Natanz, più volte colpito dagli israeliani e dagli americani. E’ dal 2020 che gli iraniani costruiscono il tunnel nella montagna e quando iniziarono sei anni fa raccontarono che sarebbe servito per dei capannoni per costruire le centrifughe, ma gli israeliani ritengono che non sia l’assemblaggio delle centrifughe il vero scopo ma che il tunnel sia in grado di sostenere anche le operazioni di arricchimento dell’uranio. Negli ultimi quindici mesi, le immagini satellitari hanno mostrato un traffico costante di camion e gli eserciti di Israele e Stati Uniti pensavano che i sorvoli frequenti avrebbero dissuaso l’Iran dal riavviare il programma nucleare, ma gli iraniani hanno continuato a lavorare e le bombe non sono mai intervenute a bloccare il cantiere. Il motivo si può soltanto supporre: né gli israeliani né gli americani hanno colpito la montagna perché ritenevano che non sarebbero state sufficienti delle bombe normali e avrebbero avuto bisogno, ancora, dei bombardieri B-2 utilizzati per perforare Fordo nel giugno del 2025. Il presidente americano Donald Trump ha iniziato a parlare della montagna del Piccone sempre più spesso, ha annunciato che potrebbe essere colpita: è il simbolo di come il regime, qualsiasi cosa accada, rimanga attaccato alle sue idee, come la convinzione che per sopravvivere serva la Bomba e quindi con quello che è rimasto, seppur poco rispetto allo scorso anno, ha ripreso a lavorarci.La Repubblica islamica resta anche convinta del fatto che per sopravvivere abbia bisogno di quello che chiama l’asse della resistenza, l’insieme di gruppi armati che il regime stesso finanzia in medio oriente e che ha il compito di destabilizzare la regione. Nello Yemen, nelle ultime settimane, l’Iran ha aumentato gli sforzi per fare in modo che gli houthi riescano a chiudere un altro Stretto vitale per i traffici internazionali, Bab el Mandeb, nel Mar Rosso. Teheran ha aumentato la consegna di armi al gruppo, facendo crescere lo scontro con l’Arabia Saudita che sostiene il governo yemenita e si oppone ai tentativi iraniani di usare gli houthi come arma contro i paesi vicini. Da sempre però il vero prodotto su cui il regime ha concentrato forze e denaro è Hezbollah in Libano. Ieri sono iniziate le attività di ritiro dell’esercito israeliano dalle zone pilota nel sud del territorio libanese. Il meccanismo è un complesso gioco di fiducia: Tsahal si ritira dai villaggi da cui ha già cacciato Hezbollah e lascia il posto alle Forze armate libanesi, che dovrebbero tenere il territorio e fare in modo che i miliziani non si reinsedino. E’ la prima volta che provano questo meccanismo, ma i dubbi sono molti: nelle Forze armate libanesi ci sono soldati e funzionari che non riconoscono in Hezbollah una minaccia e anzi cooperano; Israele ha diminuito la forza del gruppo, ma non può disarmarlo senza il sostegno di Beirut, a meno che non intraprenda un’invasione di tutto il territorio libanese; mentre Tsahal combatte, l’Iran ha continuato a rifornire i suoi miliziani, passando spesso dalla Siria. Il regime spende denaro da casse sempre più vuote per armi e progetti che non riguardano gli iraniani.Il regime è convinto che senza cambiare strategia esterna e senza mutare il sistema della repressione interna rimarrà in piedi perché è quello che ha sempre fatto, resistendo a tutti gli urti economici, alle sanzioni, alle proteste. Ora crede di poter sopravvivere anche con la guerra a singhiozzo contro gli Stati Uniti usando il traffico nello Stretto di Hormuz come un ricatto continuo, in grado di far cedere l’Amministrazione americana. Il problema è che il blocco americano dei porti iraniani ha un impatto sull’economia iraniana e si aggiunge alle sanzioni rimaste in vigore. I guadagni per Teheran nello Stretto di Hormuz fra qualche anno saranno nulli, perché i paesi del Golfo non vogliono che la loro economia si regga sulle minacce iraniane in mare. Ora una parte del regime propone un nuovo cessate il fuoco, un’altra continua a pensare che la vecchia strada rimanga quella più sicura. Dalla parte di chi vede nella guerra eterna, a singhiozzo, contro gli Stati Uniti un rischio c’è chi immagina la fine del regime non come un crollo, ma come uno stillicidio.