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8 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 18:00
“L’intera civiltà” che, nelle minacce di Donald Trump (ma solo in quelle), ha corso il rischio di estinguersi ieri notte è ancora viva e vegeta. Il regime che essa stessa si è data con la rivoluzione del ’79 – massacratore dei suoi stessi cittadini, quindi indifendibile – ha al massimo vacillato sotto i raid che hanno “eliminato” la Guida Suprema Ali Khamenei e alcuni dei livelli più alti dei Pasdaran, ma non è collassato come qualcuno dei consiglieri del presidente degli Stati Uniti a Washington aveva improvvidamente sperato. Perché l’Iran non è il Venezuela, e affinché la scellerata avventura di “Epic Fury” potesse avere un minimo di senso il capo della Casa Bianca avrebbe dovuto saperlo o, se non altro, qualcuno dei suoi avrebbe dovuto spiegarglielo.
Non è accaduto. Per questo 38 giorni di bombardamenti coordinati di US e Israeli Air Force e i velleitari appelli rivolti dal tycoon alla popolazione affinché insorgesse contro il governo non hanno funzionato. I motivi? Molteplici: il cosiddetto “effetto bandiera” – molti iraniani hanno visto l’attacco non come una possibile liberazione, ma come un’aggressione alla nazione della quale vanno orgogliosi -, la sanguinosa soppressione delle rivolte scoppiate tra dicembre e gennaio, il trauma dei precedenti regionali in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, il timore che la caduta della leadership portasse a una guerra civile infinita o alla frammentazione del paese e, infine, l’assenza di una classe dirigente alternativa hanno impedito un rovesciamento dal basso.







