Due le condizioni che Donald Trump ha dato agli iraniani per non essere completamente distrutti dalle forze americane: riaprire lo Stretto di Hormuz e finirla con il nucleare. È stata una giornata frenetica, quella di ieri, nel confronto tra Iran e Stati Uniti dopo che, domenica, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pur avendo rinviato di venti ore la scadenza del suo ultimatum a Teheran, aveva rivolto al regime un messaggio dai toni molto accesi in cui intimava agli iraniani di riaprire lo Stretto di Hormuz entro le 20 di oggi, pena la distruzione di ponti e centrali elettriche in tutto il Paese. Mai, nel corso dei quasi 40 giorni di conflitto, Trump (che certo non è noto per i toni moderati), si era rivolto ai vertici della Repubblica islamica usando parole tanto taglienti come quelle del messaggio postato sui social domenica: «Aprite Hormuz, pazzi bastardi», ha scritto su Truth a dimostrazione di quanto a Washington la misura sia colma di fronte ai “no” che sono arrivati da Teheran alle proposte per porre termine alla guerra.

L’ultima è pervenuta ieri ai diplomatici di Iran (il ministro degli Esteri Abbas Araghchi) e Stati Uniti (l’inviato speciale Steve Witkoff) dal Pakistan, il Paese che sta mediando tra le due parti in collaborazione con egiziani e turchi, sotto forma di un memorandum che prevedeva un intesa in due fasi: una tregua iniziale di 45 giorni, eventualmente estendibile, seguita da un accordo per la fine del conflitto che passi attraverso la riapertura dello Stretto di Hormuz e la gestione dell’uranio altamente arricchito iraniano. Teheran, però, ha risposto picche, dicendo di non volere una tregua, ma un accordo di pace per la cessazione del conflitto. E, a sua volta, ha spedito in Pakistan un suo documento in 10 punti che prevede, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Irna, anche un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo stretto di Hormuz (che non significa lo stop al blocco del transito delle navi), la revoca delle sanzioni contro il regime e la ricostruzione post-bellica. Una controproposta che funzionari statunitensi hanno definito «massimalista» e insufficiente a una soluzione diplomatica dello scontro.