Nello Stretto di Hormuz un Paese senza marina militare dal 28 febbraio ha bloccato gli Usa e i traffici mondiali determinando per americani e israeliani una delle più colossali sconfitte della storia recente. Teheran ha tenuto testa, sia pure con pesanti perdite umane e materiali, a due superpotenze nucleari e tecnologiche alleate. Il potere degli Stati uniti in Medio Oriente non si è rafforzato ma indebolito, questo è stato il risultato che i più non avevano previsto pensando che l’Iran, un Paese in guerra da 45 anni, fosse una tigre di carta.
Ma al G-7 di Evian, sulle rive del lago dove un incendio devastante ispirò Smoke on the water dei Deep Purple, l’atmosfera è sembrata, almeno in apparenza, rarefatta. Persino ilare a sentire la premier Meloni: «con Trump abbiamo riso e scherzato come se nulla fosse» – già, le vittime civili iraniane non contano nulla; comunque, dichiarazioni che fanno i maturandi la notte prima degli esami, forse evocati da Macron che all’arrivo di Meloni ha fatto suonare per lei Felicità di Al Bano. Alla prossima bilaterale Francia-Italia di Antibes il 25 giugno, si raccomandano pizza e mandolino.
Tra le tante chiacchiere volte a coprire la sconfitta americana (e israeliana) ci sono tre punti fondamentali che anche a Evian non hanno potuto ignorare: 1) Hormuz riapre con il ritiro degli americani non prima, vedremo se sarà venerdì quando firmano 2) Israele non si ritira dal Libano e può far saltare l’accordo quando vuole 3) I “falchi” iraniani non sono una fazione di Teheran, come scrivono i giornali, ma quelli che hanno fatto la guerra e comandano.











