Sono trascorse cinque settimane dall'inizio dei bombardamenti israeliani e americani sull'Iran. Nonostante l'eliminazione della leadership, a partire dalla Guida Suprema Ali Khamenei, e nonostante i proclami di Donald Trump, secondo cui la vittoria è vicina e la Repubblica Islamica è in ginocchio, la realtà racconta una storia più sfumata. Teheran continua a controllare uno snodo chiave come lo Stretto di Hormuz, dove ogni giorno passavano oltre cento cargo e petroliere. Oggi siamo nell'ordine delle poche unità. E quelle navi che superano lo Stretto devono richiedere l'autorizzazione delle Guardie della Rivoluzione. L'Iran sta anche incassando lauti pedaggi, fino a due milioni di dollari, da ogni imbarcazione. Teheran, insieme all'Oman, sta scrivendo nuove regole per la gestione dello Stretto e ha anche stilato una lista di Paesi autorizzati a passare. Via libera alle petroliere che fanno capo a Cina, Russia, India, Iraq e Pakistan. Di recente, anche le Filippine, la Thailandia e la Malesia hanno raggiunto un accordo con i Pasdaran. PEDAGGIO
Ieri per la prima volta c'è stato il via libera a una nave francese, la Kribi, una portacontainer di proprietà del gruppo armatoriale transalpino CMA CGM. La Kribi batte bandiera maltese e quando ha attraversato lo Stretto da Ovest a Est ha continuato a trasmettere il messaggio «proprietario francese». I Pasdaran hanno concesso il passaggio anche a una metaniera giapponese che trasporta Gnl, la Sohar Lng. C'è speranza che per l'Italia ci sia il via libera? L'ambasciata iraniana a Roma ha scritto su X: «Prima di parlare di riapertura dello Stretto di Hormuz, l'Italia deve opporsi con fermezza alla palese violazione del diritto internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti. Se siete preoccupati per la crisi globale dell'energia e dei fertilizzanti, costringete gli aggressori a porre fine completamente e definitivamente alla guerra, affinché la stabilità possa tornare nella regione». Sono parole che esemplificano come Teheran abbia trovato una straordinaria arma di pressione nel controllo dello Stretto di Hormuz, da cui prima dell'inizio della guerra passava il 20 per cento del greggio commerciato nel mondo. Ormai tutto ruota attorno alle Guardie della Rivoluzione, che hanno isolato Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano che aveva mostrato timidi segnali di disponibilità a una trattativa. Il regime change di cui ha parlato più volte Trump c'è stato, ma ha favorito - almeno per ora - le fazioni più oltranziste e ideologizzate. E sullo sfondo resta la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che continua a non apparire né in pubblico né in video. La formula dei pedaggi a cui si devono piegare le petroliere garantisce risorse economiche ai Pasdaran, versate non solo in yuan, ma anche con le criptovalute. Si ipotizza il pagamento di un dollaro a barile di petrolio. Secondo l'Organizzazione Marittima Internazionale ci sono circa 2.000 navi bloccate in attesa di autorizzazione. L'Europa e il Regno Unito, ma anche partner di altri continenti, stanno lavorando per ripristinare le garanzie di sicurezza nella navigazione dello Stretto. Il presidente francese Macron ha parlato di «un'operazione pacifica di scorta a petroliere e navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz». Anche la Cina sta tentando una mediazione, ma chiede «un cessate il fuoco immediato». Trump lancia l'ennesimo proclama: «Con un po' più di tempo, possiamo facilmente aprire lo Stretto di Hormuz, prendere il petrolio e fare una fortuna. Potrebbe essere un pozzo petrolifero per il mondo». Secondo l'intelligence Usa, però, il 50 per cento dei lanciamissili e dei droni iraniani è ancora intatto nei bunker sotterranei blindati. I missili da crociera di Teheran mantengono alto il livello della minaccia su Hormuz. E mentre Trump promette di intensificare gli attacchi nelle prossime 2-3 settimane, il Pentagono ha detto che i target strategici da bombardare ormai sono stati esauriti. Serve un'operazione di terra, che ha però molte controindicazioni, a partire dalla reazione del Congresso e dell'opinione pubblica. Assomiglia molto a uno stallo.Meloni rompe il silenzio al Tg1: «Divertita da voci di dimissioni o rimpasti». Il dissenso su Trump






