Roma, 13 luglio 2026 – Chi, seppure irrazionalmente, sperava che il cessate il fuoco di 60 giorni reggesse e che i negoziati potessero portare alla fine del conflitto, può ricredersi. I bombardamenti sono ripresi e con loro gli insulti di Donald Trump e le versioni opposte sulla navigabilità dello Stretto di Hormuz.

La furia di Teheran

L’escalation è cominciata nella notte tra sabato e domenica. La Repubblica islamica ha colpito obiettivi in Paesi del Medio Oriente e del Golfo, accomunati dallo stesso “peccato originale”: ospitare basi americane. Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Oman e Kuwait sono finiti nel mirino, provocando la risposta degli Stati Uniti. Gli Usa hanno annunciato di aver centrato 140 obiettivi militari vicino allo Stretto, portando a 310 il totale della settimana.

Secondo i media iraniani, esplosioni sono state udite a est di Bandar Abbas e nella zona marittima dell’isola di Qeshm. Axios attribuisce i raid agli Stati Uniti, che avrebbero colpito sistemi missilistici, batterie antiaeree e piccole imbarcazioni dei pasdaran. Teheran ha replicato contro le basi americane nella regione: tre missili sono caduti in Giordania, mentre in Qatar tre persone, tra cui un bambino, sono rimaste ferite dalle schegge durante le intercettazioni.