La firma dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran dovrebbe (in condizionale è quanto mai d’obbligo) mettere fine a una guerra che in tre mesi e mezzo ha portato distruzione e morte tra le persone, ma ha avuto anche pesanti conseguenze economiche per tutto il mondo. Si parla molto dei grandi sconfitti: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, attaccato dall’opposizione per aver portato il paese a uno dei più grandi fallimenti della sua storia, e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che canta vittoria per lo sblocco dello stretto di Hormuz, un canale che fino al 28 febbraio 2026 era aperto, e nel frattempo ha dovuto lasciare in piedi il regime iraniano, a cui probabilmente ridurrà le sanzioni e restituirà buona parte dei fondi congelati, senza aver mai risolto la questione del nucleare.
Nonostante le concessioni dell’accordo, anche l’Iran esce male dalla guerra, perché dovrà fare in conti con le enormi devastazioni dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Sullo sfondo, però, almeno un paese può dirsi vincitore: la Cina. In questi mesi di guerra la potenza asiatica si è presentata come un’àncora di stabilità, quantomeno nel settore delle materie prime. Alcuni osservatori l’hanno definita “la nuova Arabia Saudita”, la nuova “banca centrale del petrolio”, perché ha evitato, soprattutto agli Stati Uniti e all’Europa, uno shock energetico ancora più duro.












