“Todos caballeros”, avrebbe detto Carlo V di Spagna. Donald Trump e il regime iraniano possono rivendicare la loro vittoria: hanno già incominciato a farlo. I negoziatori – il solito Qatar e l’inaspettato Pakistan – possono vantarsi di aver dato una prospettiva alla pace. Il mercato energetico e l’economia mondiale possono celebrare la riapertura dello stretto di Hormuz, anche se resta da chiarire se gratis o a pagamento.

L’unico che non può dichiarare vittoria è Benjamin Netanyahu. Era stato lui a istigare il presidente americano, spingendolo in una guerra dagli obiettivi irraggiungibili. Ora è ancora lui a rovinare la festa, sostenendo di non sentirsi impegnato dagli accordi di altri. Forse, dice, non bombarderà più Beirut, ma non ritirerà le truppe dal Libano, da Gaza e dalla Siria.

Un paese che ha la forza d’imporre la sua egemonia militare dovrebbe anche avere la lungimiranza di convincere gli altri ad accettarla, offrendo loro dei vantaggi: come fecero gli Stati Uniti con gli europei dopo il 1945. Questa qualità Israele non ce l’ha. Se diventasse il responsabile del fallimento dell’accordo, proseguendo la guerra in Libano o bombardando di nuovo l’Iran, lo Stato ebraico si isolerebbe dalla comunità internazionale più di quanto già non lo sia ora.