Donald Trump e i funzionari di Teheran hanno salutato con favore la fine delle ostilità tra i due paesi. «Il petrolio tornerà a fluire da entrambe le parti, a beneficio della regione e del mondo intero», ha commentato il tycoon. Ma terminata l'euforia iniziale, sono tanti i punti interrogativi (e i rischi) sull'accordo.
L'annuncio in pompa magna e i quesiti rimasti aperti Il grande evento organizzato alla Casa Bianca per gli 80 anni del Presidente, ha fatto da sfondo all'annuncio di Trump di aver raggiunto un memorandum d'intesa per porre fine alla guerra con l'Iran. Le questioni al centro dell'accordo sono la riapertura dello Stretto di Hormuz, il congelamento del programma nucleare di Teheran, la sospensione delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di 25 miliardi di dollari di asset iraniani congelati all’estero. Ma i punti interrogativi sono tanti.Lo stretto di Hormuz Domenica sera Donald Trump ha dichiarato: «Autorizzo pienamente l'apertura senza pedaggio dello Stretto di Hormuz e, contestualmente, autorizzo l'immediata rimozione del blocco navale degli Stati Uniti. Navi del mondo, accendete i motori. Che il petrolio scorra!». Ma a meno di 24 ore dall'annuncio arrivano le prime contraddizioni. L'Iran specifica che il pagamento del pedaggio è sospeso solo per 60 giorni aggiungendo nel patto, all'ultimo momento, una clausola sull'imposizione di una tariffa per le navi in transito dallo Stretto di Hormuz. Un'altra questione aperta riguarda le tempistiche. L'agenzia di stampa statale iraniana Mehr ha riferito che il memorandum d'intesa concordato prevede la riapertura dello stretto entro 30 giorni secondo "accordi iraniani". Sebbene i prezzi globali del petrolio siano crollati nelle ore successive alla notizia, raggiungendo i livelli più bassi dall'inizio di marzo, la riapertura dei siti petroliferi e del gas è un processo complesso che richiederà tempo, considerando anche che alcune infrastrutture della regione sono state danneggiate dagli attacchi dei droni. Gli esperti del mercato energetico hanno avvertito che è improbabile che il trasporto di petrolio attraverso lo stretto torni immediatamente ai livelli prebellici. Sgomberare l'ingente quantità di petroliere accumulate, rimuovere le mine e ripristinare il regolare trasporto e la produzione di petrolio potrebbero richiedere settimane. Resta inoltre da capire se le compagnie di navigazione e le compagnie assicurative riterranno lo stretto sufficientemente sicuro per il transito. Il programma nucleare iraniano Un altro tema sul quale mancano dettagli è la questione del nucleare iraniano. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha dichiarato, domenica sera in un'intervista a Fox News, che l'Iran «non possiederà mai un'arma nucleare. È previsto da questo accordo» e gli Stati Uniti saranno in grado di «verificarne il rispetto». Sul tema alti funzionari pakistani hanno specificato all'Associated Press che i colloqui sul nucleare proseguiranno nei prossimi 60 giorni. Lo stesso Trump ha affermato al New York Times che, se Teheran non riuscisse a raggiungere un accordo sul nucleare, potrebbe subire un nuovo attacco da parte dell'esercito statunitense. L'Iran ha sempre sostenuto che il suo programma nucleare sia pacifico e non si è impegnato pubblicamente a rinunciare all'uranio arricchito. Su questo tema, Trump si trova ad affrontare una notevole pressione politica considerando che nel 2015 il presidente ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo multilaterale sull'Iran, negoziato da Barack Obama. Il patto prevedeva la revoca delle sanzioni contro Teheran in cambio di limitazioni al suo programma nucleare, comprese le ispezioni internazionali. In risposta, L'Iran aveva deciso di intensificare l'arricchimento dell'uranio, producendo oltre 400 kg di materiale con una purezza prossima a quella necessaria per la costruzione di bombe atomiche.Il ruolo di Israele in Libano Ultimo, ma non per importanza, il ruolo di Israele. In questo conflitto i protagonisti sono stati sempre tre. Domenica Trump ha dichiarato al Wall Street Journal di essere furioso con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per aver ordinato gli attacchi contro il Libano. Si tratta di un'azione che, a suo avviso, avrebbe potuto far fallire l'accordo sul nucleare iraniano, ormai quasi concluso. In questa intesa raggiunta tra Usa e Iran, Israele non è stata chiamata in causa. Il commento del ministro israeliano Ben-Gvir, riportato da Ultimora.net, è esemplificativo: «L'accordo di Trump non ci vincola. Israele non è subordinato agli Stati Uniti. Siamo una nazione indipendente e sovrana. Grati al presidente Trump, ma lo Stato di Israele non è una repubblica delle banane. Non dobbiamo ritirarci da nessun territorio conquistato e non dobbiamo tacere nemmeno per un momento di fronte a un fuoco diretto contro Israele». Se Israele dovesse avviare nuove operazioni militari in Libano, l'Iran potrebbe decidere di chiudere nuovamente Hormuz, mettendo ancora una volta a repentaglio l'economia globale.










