Trump canta vittoria, secondo lui l’Iran riapre Hormuz e rinuncia al nucleare. Teheran canta vittoria, celebra la fine dell’embargo americano e delle sanzioni, cospicui pagamenti in arrivo. Il Pakistan (mediatore) dice che l’accordo vincola anche Israele in Libano. Ma né Netanyahu né Hezbollah hanno partecipato al negoziato. Così tante versioni, così diverse. Parlare di pace è prematuro. Perfino la parola «accordo» sembra eccessiva. Alla firma bisognerà leggere ogni virgola. E comunque il testo rimarrà un preliminare, se prelude a 60 giorni di negoziato sui punti cruciali. Alla fine anche un’intesa sottoscritta solennemente vale quanto la carta su cui è scritta, se non c’è la volontà politica di applicarla.

Gli iraniani hanno una reputazione doppiamente problematica: da negoziatori temibili, hanno dato del filo da torcere a tanti presidenti Usa; poi hanno anche disatteso molti impegni. Se riapre Hormuz è un sollievo per tutti. Per l’Europa e l’Asia, le più colpite dalla crisi energetica. Per gli automobilisti americani, che qualcosa hanno pagato pure loro. Per il popolo iraniano e di conseguenza per i suoi leader, nella morsa di un blocco delle esportazioni. Ma la riapertura dello Stretto — ammesso che avvenga senza nessun tipo di pedaggio, neanche mascherato — ci riporta alla casella di partenza e non giustifica la guerra.