Ad Archivissima, il 7 giugno alle 16, si terrà l’incontro “L’inviato culturale. Storia di un mestiere quasi scomparso”, sui reportage inediti di Carlo Fruttero, inviato per l’Avanti!. Con Carlotta Fruttero, Paolo Verri e Niccolò Zancan. In collaborazione con Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori. L’articolo è uscito il 4 aprile 1948 su Sempre Avanti.Da molto tempo non l’avevo visto, nessuno l’aveva visto. Perché – ha detto – era stato nelle miniere. Non l’ha detto subito, ma mentre parlavamo seduti sul letto ho capito che stava pensando a qualcosa, che stava aspettando. Apposta, ho prolungato una conversazione che non lo interessava, e neanche me, perché minuto per minuto ho sentito una curiosità violenta crescere dietro le parole che mi ascoltavo dire. Ho finito per cedere io. Gli ho chiesto che cosa avesse fatto con indifferenza, e con indifferenza, stringendosi nelle spalle, lui ha risposto finalmente: — Sono stato nelle miniere.Ho pensato al giorno in cui, moltissimi anni prima, quando eravamo compagni di scuola, era scoppiato in lacrime perché io ero uscito di casa senza aspettarlo. Era strano che proprio lui fosse stato nelle miniere, ma ho esagerato il mio stupore, tanto che lui potesse pensare che era falso. — Cosa? — ho gridato. Mi ha guardato con un lieve sorriso che era una gran risata di soddisfazione repressa. — Certo — ha detto — nelle miniere. E com’era? — gli ho chiesto. Lui ha fatto un gesto vago con la mano che poi è risalita sino ai capelli che gli pendevano sulla fronte. — Era...C’è stata una lunga pausa, e ancora la mano nell’aria e poi uno sguardo per tutta la stanza tranquilla. — Era...Non doveva aver pensato alla difficoltà di cominciare. Vedeva tutta la storia in blocco, lui, come un cerchio, non come una linea, e ha finito per una cosa ovvia. — Era buio — ha detto. C’era come della reticenza nella sua voce, forse si chiedeva se valesse veramente la pena di parlare. Poi, di colpo, m’ha fissato. Ha abbandonato tutti gli schemi, tutti gli effetti che doveva essersi preparati. Senza ordine, senza scelta, ha cominciato a raccontare di pozzi, di lampade, di ascensori, di turni, di uomini nudi e neri e lucidi.Parlava ormai senza più rendersi conto di parlare, tutto veniva fuori come la folla da un cinematografo, si disperdeva in dettagli e dettagli per la stanza. Ha continuato per molto tempo. Ogni tanto s’interrompeva, cercava, trovava, riprendeva. C’era il sotto e il sopra, l’entrata e l’uscita, il grisou e l’ossigeno, c’erano gli odori e la polvere e le luci avvicinarsi nel buio, e i sostegni scricchiolare nel silenzio. L’ho portato in un ristorante vicino alla Madeleine, piccolo e molto elegante, dov’ero conosciuto. Siamo saliti nella saletta al primo piano, e io lo guardavo divorare il riso che non aveva più mangiato «da prima delle miniere». Solo allora ho pensato che poteva aver fame. L’ho esaminato, la giacca chiara e sdruscita, la camicia aperta e che non era stata stirata. Forse se n’è accorto perché si è guardato nello specchio di fondo toccandosi il collo. Ha sorriso.— Già — ha detto. Poi m’ha detto che aveva perso l’abitudine di portare la cravatta nelle miniere. S’è drizzato sulla sedia tirandosi indietro i capelli e ha gettato uno sguardo di superiorità sugli altri tavolini. C’era tutta gente molto ben vestita, una donna specialmente, di rosso. Siccome era stato nelle miniere a lui non importava niente, ma io ho provato un senso di vergogna. I camerieri lo sbirciavano di sfuggita. Certo si domandavano come io potessi aver a che fare con un tipo simile. Ma poi mi sono sentito basso. Ho preso a parlargli con esagerata cordialità, e ad alta voce, per espiare. Ho ordinato ancora molte altre cose, benché non avessi fame. E mi faceva piacere vederlo mangiare.— E che cosa fai adesso? — gli ho chiesto. Ha alzato gli occhi dal piatto, enormemente stupito. — Ma niente — ha detto. Non voleva più lavorare, non voleva più far niente. Era stato nelle miniere, lui, questo lo giustificava per tutto il resto della sua vita. Viveva di prestiti, di espedienti, di piccoli trucchi. Aveva venduto il suo casco da minatore, e cercava un acquirente per il pezzo di perforatrice che era riuscito a portarsi via. Pretendeva che scendessi dall’autobus anch’io per farmelo vedere, ma io ne avevo abbastanza. L’ho salutato e l’ho guardato allontanarsi sul Boulevard Montparnasse, nella luce rossa di una réclame. Il vento gli gonfiava l’impermeabile come in due ali accese, mi sono accorto che era alto, più alto di tutti. Allora m’ha preso una voglia disperata di raggiungerlo e dirgli che mi prendesse per mano e che mi portasse con sé, nelle miniere.