A Vallerano, tra boschi e noccioleti, Corrado Alvaro trovò dal 1939 un luogo appartato in cui coltivare la scrittura e custodire il legame con la sua terra. Nel 70° anniversario della sua morte, amici, parenti, studiosi e lettori ne rinnovano la memoria, riconoscendolo come interprete lucido della modernità e della fragile sacralità della vita quotidiana. Il Corriere della Calabria continuerà a dedicare approfondimenti all’opera alvariana, seguendo iniziative e incontri di studio, mettendo in luce aspetti finora poco indagati da una critica spesso ferma a una lettura riduttiva dello scrittore di San Luca. Un percorso volto a restituire la complessità di Alvaro, attento e partecipe osservatore dei fermenti culturali dell’Europa del Novecento.

Ci sono luoghi che conducono a sé. Il Viterbese è stato uno di quei luoghi per molti intellettuali e artisti – l’elenco non è breve, da Alvaro fino a Pasolini, che a Chia avrebbe voluto vivere stabilmente, passando per Bigiaretti, Manganelli, Malerba, Ghiotto. Certo, questa campagna così verde, questi boschi ricchi d’acqua non sono lontani da Roma, ma non può essere solo questo che ha condotto fino a qua gli intellettuali della capitale. Romani d’adozione, che dalla provincia arrivavano in una città che prendeva tanto quanto dava. Forse, è proprio questo che li ha condotti a Vallerano, Chia, Bagnoregio. Questi sono luoghi che danno senza prendere. Alvaro ci arriva nel 1939, nel pieno della guerra, trovando un rifugio che gli permette di scrivere, di continuare una routine necessaria al pensiero. Va ad abitare in una casa distante dal paese, tra i campi. Non una villa, ma una semplice casa di campagna, circondata da alberi, da dove continua a osservare l’uomo, a leggere e giudicare sé stesso e il suo tempo – «ogni uomo è responsabile del suo tempo» – e a fare ancora della natura la co-protagonista della sua narrazione. Ci sono stati poeti che hanno scelto la campagna da cittadini, alla ricerca di una pace che non può dare alcun luogo. Alvaro ha scelto la campagna da erede di un mondo contadino di cui temeva la scomparsa già negli anni Trenta e Quaranta. In Gente in Aspromonte, Alvaro, con considerazioni degne della migliore analisi etnografica e antropologica, con un realismo che non lascia spazio a invenzioni astoriche, racconta come l’unificazione nazionale, la grande emigrazione, la discesa dei paesi lungo le coste, l’arrivo del fascismo avessero ormai sfarinato una civiltà agropastorale millenaria, della quale bisognava “custodire memorie”, senza cedere a sterili e inutili rimpianti. A Vallerano il nutrito gruppo di pellegrini che camminano per andare a rendere omaggio e dire grazie allo scrittore che ha influenzato la loro vita e la loro scrittura è composto anche da Giovanni e Laura Profazio, figli dell’amata sorella di Alvaro, Laura, che amabilmente fanno a gara per raccontarci storie e non “fantasie” sulla vita del fratello della nonna.