Nelle ultime settimane di vita di Corrado Alvaro emergono con particolare intensità i temi che attraversano la sua produzione letteraria: il legame con la Calabria, la sacralità dell’acqua, il valore del silenzio e il senso rituale dell’esistenza. Accudito da Cristina Campo nel corso della malattia, lo scrittore affronta l’esperienza estrema della morte con quella composta dignità e quella forza interiore che egli stesso aveva individuato come cifra distintiva dell’uomo calabrese.
La forma dell’acqua in Alvaro è ovunque – “L’acqua corre, l’acqua è la vita” (Itinerario italiano p. 8)
Come nei fotogrammi di Andrej Tarkovskij, sulle sue pagine l’acqua scorre, s’impantana, è specchio, illusione, vita, morte. Nell’acqua è il senso dell’esistere – che si cerca andando, restando, sperando e disperando. L’acqua accompagna il cadere e il rialzarsi, il nascere e il morire. Nella solitudine e nella comunità. E sempre nel rito. L’acqua accomuna e divide nei frammenti dei ricordi, nell’identità nata tra le rocce, i campi e le relazioni che restano nella memoria per diventare, poi, sguardo sul mondo. Nello specchio dell’acqua si riflette ciò che rimane dei primi dubbi, delle prime certezze. Dopo i quali niente sarà più indifferente – il dolore, l’amore, la giustizia. La speranza. La vita. La morte. L’11 giugno del 1956, alle 4.50, Alvaro muore nella sua casa di Roma. A chi lo assiste dirà della perfezione dell’acqua che gli viene data, come ricordando la “religione dell’acqua” di cui aveva scritto in “Itinerario italiano”, pensando alla sua Calabria (“Noi siamo di quel popolo che in guerra chiamava: Acqua Acqua, e questo grido di certe notti se lo ricordano ancora quelli che ci stavano di fronte”).









