Era il 19 settembre 1926 quando a Torino nasceva Carlo Fruttero, e lì per lì certo i suoi genitori non poterono sospettare di avere messo al mondo un bambino che una volta diventato adulto si sarebbe rivelato capace di ricoprire più di un ruolo nell’ambito dell’industria editoriale italiana. Scrittore, traduttore, direttore di collana, curatore, divulgatore, editor, a ben vedere perfino scout: Carlo Fruttero ha saputo attraversare accompagnato dalla sua innata ironia (oltre che per un bel tratto da Franco Lucentini) il resto del Novecento, girovagando tra generi letterari differenti e giocando con classe cristallina una lunghissima serie di partite a scacchi con le parole. A cento anni dalla nascita, la Fondazione Mondadori e la Fondazione Circolo dei lettori con la preziosa collaborazione della figlia Carlotta Fruttero hanno dato vita lo scorso 23 aprile a una mostra intitolata Club Fruttero, che a Torino nelle sale al numero 9 di via Bogino ha visto esposte tra le altre cose prime edizioni, lettere autografe (tra cui quelle scambiate con una delle sue “scoperte”, un certo Samuel Beckett), pagine di appunti presi con il suo amato trattopen, copie dei romanzi da lui pubblicati nella celebre collana Urania, immagini del film tratto dal romanzo “La donna della domenica” in cui recitarono Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant e Jacqueline Bisset, taccuini conservati con amore dalla famiglia che per la prima volta, alla pari della sua macchina per scrivere Olivetti, sono stati esposti al pubblico.Chi ha visitato la mostra si è così ritrovato in un multiverso narrativo capace di restituire le tante passioni coltivate da Carlo Fruttero, stregato dalla lettura giovanissimo all’epoca in cui l’Italia era in guerra e come tanti sfollati si era ritrovato a vivere una sorta di intermezzo durante il quale aveva iniziato a coltivare l’amore che avrebbe contrassegnato tutta la sua esistenza. Ospite con la famiglia nella casetta con la vigna che la nonna possedeva in Piemonte a Passerano Marmorito, l’adolescente Carlo Fruttero scoprì Il 42° parallelo: «Il primo incontro con la letteratura è una faccenda soggettiva e accidentale, del tutto indipendente dal valore del libro incontrato», raccontava a distanza di diversi decenni: «Ad altri, quel senso violento di scoperta, di sbalordimento, di eccitazione febbrile, quella incredibile visione di ricchezze a perdita d’occhio, sono venute attraverso Orazio o Plutarco, Ariosto, Shakespeare o D’Annunzio. A me – che pure avevo frequentato scolasticamente quegli autori illustri – fu Dos Passos a spalancare una volta per tutte le porte del grande deposito».Non so se in questo brano Carlo Fruttero abbia usato la parola “deposito” pensando a quello disneyano di Zio Paperone; ma se anche così non fosse, è evidente che per lui si trattò di tuffarsi nell’oro costituito dalla ricchezza delle parole contenute nei libri: classici o moderni o contemporanei, di narrativa pura o di genere, a lui non sarebbe mai importato. Basta scorrere le pagine del suo “Da una notte all’altra”, sottotitolato “Passeggiando tra i libri in attesa dell’alba”. È il suo personale catalogo di amori letterari, che vanno dall’ “Iliade” a “Pinocchio”, da “Madame Bovary” a “Le relazioni pericolose”, passando per (tra gli altri) “Addio alle armi” e “Aspettando Godot”, “I demoni” e “Moby Dick”, “Il processo” e “Cuore di tenebra”. Tutti capolavori, certo. Ma Carlo Fruttero, in veste di direttore editoriale della collana Urania, avrebbe poi scelto di pubblicare (a un certo punto assieme al sodale Franco Lucentini) autori come James G. Ballard, Isaac Asimov e Arthur C. Clark, portando così nelle edicole italiane scrittori da molti ancora erroneamente considerati “minori” perché di genere e invece destinati a loro volta a diventare dei veri e propri Mostri Sacri. Nel libro “I ferri del mestiere”, uscito nel 2003, Carlo Fruttero spiegava: «Urania non fu mai concepita e letta come una specie di manuale ad uso di maghi, veggenti, chiromanti. Con un occhio riconoscente ai due grandi precursori, Jules Verne e H.G. Wells, si trattò sempre soltanto di ipotesi, estrapolazioni, intuizioni più o meno plausibili, scritte più o meno bene, con un fondamento scientifico, sociologico, politico più o meno coerente. Ma di fronte al crollo delle Torri Gemelle di New York il lettore abituale di Urania non può essere caduto totalmente dalle nuvole. Terribile, straziante spettacolo. Eppure possibile, e in senso lato prevedibile». E ancora: «Il fatto è che al di là dei dettagli, di ogni caso specifico, Urania, tutta la fantascienza, ha avuto la funzione (si potrebbe dire il merito?) di far pervenire ai suoi lettori un rintocco in assonanza con quello del celebre poeta John Donne, “per chi suona la campana”. Nessuno è al sicuro, nessuno si salva, la nostra civiltà è fragilissima e può crollare in ogni momento».Di che cosa parlava Fruttero in quelle righe? Di un futuro alla Blade Runner o di quello che nel frattempo è diventato il nostro stesso presente? Il suo sincero e di fatto inesauribile interesse per quanto potevano riservarci i decenni a venire aveva fatto sì che già nel 1959 curasse con Sergio Solmi, per i tipi di Einaudi, la raccolta “Le meraviglie del possibile. Antologia della fantascienza”, primo volume di una serie che presto avrebbe incluso “Il secondo libro della fantascienza. Le meraviglie del possibile” (1961) e “Universo a sette incognite. Antologia di capolavori della fantascienza”. Questo doveva però uscire nel 1963 per Mondadori, perché nel frattempo Fruttero (che sempre per la casa editrice di via Biancamano aveva tradotto Beckett, intrattenendo con lo scrittore e drammaturgo irlandese una lunga corrispondenza) aveva deciso di passare all’editore milanese che l’anno prima gli aveva appunto offerto la direzione della collana Urania, la celebre pubblicazione di fantascienza fondata da Giorgio Monicelli e Arnoldo Mondadori.Ma non basta: perché nel corso della sua esistenza Carlo Fruttero ha frequentato altri mondi ancora, a cominciare per esempio da quello dei fumetti, a loro volta accusati fino a non molto tempo fa di rappresentare un genere “minore” rispetto ad altre espressioni artistiche. Assieme a Franco Lucentini, ecco dunque la traduzione e curatela delle strisce di Johnny Hart ambientate nell’età della pietra: era il 1965 quando grazie ai due anche il pubblico italiano poté apprezzare “L’antichissimo mondo di B.C”. Scomparso il 15 gennaio 2012 all’età di 85 anni, Carlo Fruttero ha voluto essere sepolto accanto a Italo Calvino, suo grande amico, nel cimitero di Castiglione della Pescaia. Celebrarne il centenario significa rendere omaggio a un uomo che ha dedicato la vita a una passione che ha saputo condividere con tutti noi, arricchendo le nostre biblioteche e nutrendo il nostro immaginario. Per sua fortuna – e per nostra sfortuna – non ha fatto in tempo a vedere il presente che stiamo vivendo, per molti versi non troppo dissimile dai futuri preconizzati dagli autori che ci ha fatto apprezzare da curatore e traduttore: da questo punto di vista chissà che cosa ne avrebbe scritto, e chissà quante pagine avrebbe ancora potuto aggiungere ai volumi pubblicati con Franco Lucentini a proposito della famosa (o famigerata) prevalenza del cretino. Da quel vero e proprio pozzo senza fondo che sono i social sgorga una vena inesauribile che la celebre coppia saprebbe sfruttare, ne siamo certi, più che egregiamente.
Carlo Fruttero, esploratore di mondi
Romanziere, traduttore, direttore di “Urania”, scrittore di indimenticabili libri con Franco Lucentini. Mentre Archivissima, festival degli archivi, lo celebra











