Mi trovavo alla presentazione di un libro da parte del suo autore. Nel salone del Centro Banchi, adiacente a Piazza Caricamento di Genova, Roberto Cirelli commentava il suo recente saggio Cronache di un Paese interrotto. Diario di un prof in Palestina. Seguito per l’occasione da un buon numero di presenti, Roberto ha motivato la scelta della parola ‘interrotto’. Questa parola, derivata dalla lingua latina, significa “sospeso, temporaneamente o definitivamente… incompiuto, non condotto a termine, non continuo, spezzato”. Ce n’è abbastanza per coltivare questa parola come metafora di ciò che stiamo esperimentando oggi.

Interruzioni di strade per lavori in corso, di un programma televisivo, della vita di un Paese, del lavoro e di un sentiero. Anzi sono soprattutto i sentieri ad essere, forse malgrado loro, interrotti, spezzati, incompiuti, feriti, abbandonati, proprio come alcuni Paesi. Interrotti in piena crescita della loro storia, civiltà, cultura, passato e futuro. A volte per sempre.

Fin da bambino percorrendo i sentieri nei boschi dell’Appennino ligure e, in altra stagione della vita, quelli di montagna, rimanevo meravigliato del mistero in essi nascosto. Sentieri tracciati dai passi di innumerevoli camminatori che mi avevano preceduto e di cui profittavo la sinuosità. Cammini che si inerpicavano, scendevano, avvicinavano e allontanavano dalla vetta o dalla meta finale. Sentieri con ancora la traccia delle scarpe di chi era già transitato, segni di riconoscimento, bollini colorati a seconda della destinazione e talvolta i tempi di percorrenza. In tutto ciò non era importante solo la meta ma anche il percorso in sé, il sentiero, appunto. Tornando a casa ogni tanto dalle missioni in vari Paesi dell’Africa Occidentale, col correre degli anni, mi accorgevo che alcuni dei sentieri conosciuti e camminati erano nel frattempo spariti. Inghiottiti dal tracciato di nuove strade, da insediamenti di pregevole fattura e, in particolare, dall’incuria. Al posto dei sentieri trovavo rovi con alberi abbattuti.