"Non amo questo tempo”. È il secco e coraggioso titolo del libro dello scrittore fiorentino Francesco Ricci. Docente e critico letterario noto per i suoi raffinati saggi e per l’attività di organizzatore culturale dei famosi “Venerdì di Siena”, ha scritto un saggio significativamente dedicato a Pier Paolo Pasolini e pubblicato per i tipi di Betti Editrice, Monteriggioni (Siena). Il libro attraversa vari autori – da Cristina Campo a Cesare Pavese, da Charles Baudelaire a Walter Benjamin, da Reinaldo Arenas a Nicolaj Leskov, da Michel Foucault a Paul Valéry e Rainer Maria Rilke – facendo emergere l’inferno consumistico dell’Uguale in un mondo dominato dalla “logica dell’illimitatezza” e da uno sconfinamento che fa perdere il senso, come aveva osservato Cesare Pavese nella “Luna e i falò”, della familiarità e specificità dei luoghi. Fenomeno cruciale del nostro presente, sintetizzato da Sigmund Freud con il concetto di “Das Unheimliche”: abitualmente tradotto come “il perturbante”, ma il cui significato proprio è al contrario quello di “familiare estraneità”.I luoghi, appunto. Non è un paradosso che la famosa Età Globale inaugurata dal crollo del Muro di Berlino abbia dato luogo a una proliferazione di muri: da quello tra la California e il Messico a quello israeliano della West Bank. A quale logica della libertà e della legge corrispondono questi muri eretti da Stati nazionali? Anni fa (più precisamente: il 27 marzo 2008) mi è capitato di promuovere e ospitare a Roma un convegno con due famose docenti di Berkeley esperte del tema come Judith Butler e Wendy Brown. E sin d’allora eravamo giunti alla conclusione che il tema dei confini metteva in scacco “la favola bella della globalizzazione” e della cosiddetta fine della Storia di Francis Fukuyama (basta leggere i libri scritti in quegli anni dall’autore di questo articolo per averne un riscontro).Del resto, in un importante libro dal titolo “Walled States, Waning Sovereignty” (“Stati murati, sovranità in declino”), Wendy Brown aveva messo in luce come i confini nazionali abbiano ormai perduto la loro funzione storica di demarcazione geopolitica e stiano diventando semplici “muri”: barriere difensive erette dagli Stati nel disperato tentativo di proteggere la propria sovranità dal capitale globale, dall’immigrazione e dai fondamentalismi. Malgrado ciò, in altri lavori la stessa Wendy Brown ha evidenziato un fenomeno di notevole rilievo: proprio lungo le linee di confine si stanno producendo in varie aree del mondo importanti esperienze innovative tra visioni del mondo e culture diverse. Il confine diviene così al tempo stesso un limite condiviso e una zona di interazione.Prima di concludere, mi limiterò ancora a sottolineare solo alcuni tra i tanti temi importanti presenti nel libro di Francesco Ricci. Un tema che mi ha molto colpito è quello della paura, posto in evidenza a partire dal binomio di Città della paura e Città della speranza introdotto da Zygmunt Bauman in un saggio pubblicato in Inghilterra nel 2003 (“City of Fears, city of Hopes”). Seguite le notizie in televisione, leggete i giornali? Ci dice l’autore. Non vi siete mai accorti della quotidiana moltiplicazione di violenze alle quali assistiamo? Non vedete che viviamo ormai in città della paura?Ancora una volta, il richiamo è rappresentato dalla terribile profezia di Pasolini nella famosa – tanto splendida, quanto maledettamente tragica – intervista con Furio Colombo poche ore prima del suo assassinio tra l’1 e il 2 novembre all’Idroscalo di Ostia: «Questo (la società italiana) è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale». Qui devo fermarmi: avevo conosciuto Pier Paolo poco prima della sua tragica morte ed ero ritornato più volte su quell’intervista con Furio nel corso degli anni. La commozione per me è troppo forte. Vorrei, dunque, concludere con l’invito ai giovani (e ai meno giovani) a leggere il capitolo “La scomparsa del silenzio”. Per capire che viviamo in un tempo stracolmo di chiacchiere, di un eccesso di presenzialismi rumorosi, privo di responsabilità nell’uso delle parole, con scarsa attenzione a quella “vita” che in noi chiede di essere pensata in grande e nei suoi aspetti più radicali: alla luce della tragedia greca, della Commedia di Dante, del teatro elisabettiano da Marlowe a Shakespeare, dei grandi romanzi dell’Ottocento e del Novecento. A partire dagli straordinari romanzi dostoevskiani: dove, ancor prima di Nietzsche, si affrontano le conseguenze dell’ipotesi di un “abisso della libertà”. Come avrete compreso, neanch’io amo questo tempo.