Certi fatti di cronaca e di storia sono come campi sui quali il metal detector è passato più e più volte ma che a ogni nuovo approccio riservano nuove scoperte. Ad esempio su Pier Paolo Pasolini, poeta, scrittore, regista e protagonista del dibattito culturale italiano, ucciso a Roma il 2 novembre 1975, può sembrare che sia stato già detto di tutto e di più: significato artistico delle sue opere, polemiche giornalistiche e politiche, vita privata, caso giudiziario e dietrologie assortite, e invece all’approssimarsi dei 50 anni dalla morte è appena stato pubblicato un libro che propone fatti nuovi da un nuovo punto di vista: l’autore Lanfranco Palazzolo ha scavato e riportato alla luce quello che è stato detto su Pasolini nel corso degli anni nelle aule del Parlamento e che ha lasciato traccia nei documenti ufficiali. Il volume si intitola “Il Parlamento contro Pasolini. Ostilità in forma di prosa verso PPP (1959-1976)”, edizioni Nuova Palomar, ed è stato scritto dal corrispondente di Radio Radicale da Camera e Senato.

Rispettato da tutti dopo morto, ma non da vivo

Palazzolo ha raccolto e analizzato 52 interventi in Parlamento che hanno avuto a oggetto Pasolini, quasi tutti negativi, aggressivi, derisori o insultanti: attacchi arrivati quasi tutti dall’estrema destra e dal centro dello schieramento politico, ma (a sorpresa) dal libro emergono ambiguità e mal di pancia anche a sinistra; perché col tempo Pier Paolo Pasolini è diventato quasi un santo laico, ma la sua esperienza da vivo è stata ben differente. Palazzolo si chiede come mai nessuno abbia finora attinto a quei 52 documenti parlamentari, pubblici e (teoricamente) a disposizione di chiunque, e si dà queste risposte: innanzitutto c’è chi, per evitare imbarazzi alla propria parte politica, “ha preferito non indagare”, tenendo conto della diversa sensibilità di oggi, ma la spiegazione più generale, e più disarmante, è che persino fra gli studiosi professionali i più “non hanno dimestichezza con gli archivi parlamentari” e perciò “non sapevano nemmeno da dove cominciare e cosa cercare”. Questo non è il caso di Lanfranco Palazzolo, che da corrispondente di Radio Radicale ha (metaforicamente) una tenda piazzata in Parlamento.