Cinquant’anni senza Pasolini. Un tempo lungo, mezzo secolo, quello trascorso da quella nottataccia tra l’1 e il 2 novembre del 1975, ancora fin troppo misteriosa, che all’Idroscalo di Ostia, alle porte di Roma, ha visto morire in maniera atroce uno dei più grandi, eclettici ma anche complessi e contraddittori geni del Novecento italiano. Nato a Bologna nel 1922, nell’anno in cui l’Italia diventerà fascista, cresciuto tra le valli friulane bagnate dal Tagliamento. Il portamento apparentemente calmo era la cornice di una volontà tenace e dura come le pietre del Carso e di un intelletto aguzzo come la lingua friulana nella quale ha sperimentato i primi versi dedicati alla sua Casarsa. Da dove, ben presto, fu però costretto a fuggire, per l’infamante sospetto di corruzione di minorenni.

Lui, giovane maestro elementare, marchiato d’infamia, sebbene mai formalmente accusato. Così Pier Paolo Pasolini, poco più che 25enne, inizia a capire il peso di essere artefice e vittima di una personalità scomoda, una soma pesante da portare come le sue iniziali, quella P una e trina, che saranno per Pasolini passione ma anche più volte pietra dello scandalo. Croce più che delizia che lo accompagnerà nel suo secondo e ultimo quarto di secolo. PPP, infatti, muore proprio, a soli 53 anni, vicino al mare di Roma, dove oggi c’è un parco letterario, una statua in suo onore, eretta dallo scultore Mario Rosati e più volte profanata da odiatori probabilmente semplicemente ignari della grandezza di un uomo che ha raccontato il suo tempo e prefigurato quello di là da venire, non tanto, forse, per le presunte doti profetiche ma più per la disperata vitalità con cui si è sempre lanciato sull’esistenza. Perciò, più che mai oggi, per dare un senso che vada oltre la semplice litania commemorativa, vale la pena cercare di indagare cosa resta davvero del pensiero di Pasolini. Cosa è ancora attuale, cosa invece lo lascia al suo secolo, il Novecento, che lui ha vissuto per metà, nel tratto di maggior dolore ma anche di maggiori speranze per l’Italia.