È possibile che quel 2 novembre di 50 anni fa, all'Idroscalo di Ostia, insieme alla morte Pier Paolo Pasolini abbia trovato anche una uscita di scena dolorosamente degna della sua grandezza. I misteri che sono lievitati dopo il suo omicidio, del resto, hanno finito per essere delle cartine di tornasole intorno alla sua opera, utili persino a far affiorare una eredità culturale emendata dal superfluo. In questi tempi di provocazioni senza rischi e senza identità, in fondo, forse non sarebbero stati in molti a comprendere le sue idee di progresso e modernità senza confonderle con sterile passatismo. Fabio Capello, però, lo ha conosciuto negli anni ruggenti, quando il poeta camminava in bilico sulla sua felicità fatta di tre cose: «La letteratura, l'eros e il calcio». E allora, su PPP, è opportuno ascoltare anche uno dei principi degli allenatori italiani.

Capello, ricorda il giorno in cui morì Pasolini?

«Ricordo il dolore che provai, anche perché non fu una bella morte. Ripensai a come si raccontava anche nel modo in cui giocava a pallone».

Quando vi siete incontrati?

«Nei primi anni del Settanta a Grado. Io, Riva, Reja: eravamo in parecchi ad andare lì per fare le sabbiature. Io avevo il ginocchio a pezzi e all'epoca era quella la fisioterapia per recuperare. Lo conoscevo perché leggevo i suoi articoli e avevo visto i suoi film, ma fu il calcio a fare da collante. Era un vero appassionato, del tutto disinteressato al fatto di giocare all'Olimpico oppure per strada. Stava ore a far domande di tattica, a chiedere dettagli. Era curioso e sapeva ascoltare. Era piacevole, mite, quasi timido. Poi organizzava partite benefiche fra squadre di artisti con noi calciatori e ci divertivamo. C'era Raf Vallone in porta, Franco Citti, Ninetto Davoli e tanti altri. Infine si andava a cena e si stava ore a chiacchierare».