Un curriculum sterminato, dove abbondano poesie, traduzioni poetiche, opere di narrativa, sceneggiature e testi per il teatro, opere e tradizioni teatrali, saggi, cronache di dialoghi con i lettori, epistolari, interviste, curatele, programmi radiofonici, pellicole cinematografiche e documentari e perfino quattro album discografici. Pier Paolo Pasolini è stato tutto ciò e ancora lo si studia a fondo, cercando di far emergere ciò che ancora non è noto. Il 2 novembre saranno trascorsi 50 anni dalla morte di uno dei più prolifici intellettuali del Novecento. Nato a Bologna nel marzo del 1922, fu brutalmente ucciso a soli 53 anni sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, non lontano da Roma. Per approfondire la figura di Pasolini ilfattoquotidiano.it si è rivolto a Gian Piero Brunetta, storico del cinema, professore emerito dell’Università di Padova, che ha appena dato alle stampe per Carocci Editore il libro dal titolo Pasolini e il cinema. Parola, visione, mito.
Professor Brunetta, che cosa ha rappresentato Pasolini per l’Italia del Novecento e che cosa ci ha lasciato?
Innanzitutto ci ha lasciato la capacità di interrogarci su ciò che avviene intorno a noi costantemente, di guardare all’indietro alla nostra storia, al patrimonio culturale e di cercare di avere delle domande costanti su ciò che succede. E faceva tutto ciò muovendosi con assoluta libertà dentro la complessità di ciò che ci circonda. Lui oggi continua in qualche modo a parlarci grazie alla ricchezza e alla varietà dei suoi interessi.















