Massacrato, investito più volte con la sua stessa auto, ma mai dimenticato. Sono passati 50 anni da quel 2 novembre 1975, quando la voce di Pier Paolo Pasolini venne messa a tacere per sempre e il suo corpo tumefatto venne ritrovato sulla spiaggia dell'Idroscalo di Ostia. Come unico colpevole fu arrestato Giuseppe Pelosi, diciassettenne fermato alla guida dell'Alfa GT dello scrittore. Confessò subito l'omicidio e il caso sembrò chiuso: una lite tra omosessuali finita in tragedia. Ma già la sentenza di primo grado, firmata da Carlo Alfredo Moro, mise in dubbio quella versione, aprendo all'ipotesi della partecipazione di più persone.
Mezzo secolo dopo, l'omicidio Pasolini resta uno dei più grandi misteri italiani. Nel 2009 l'avvocato Stefano Maccioni, del Foro di Roma, e la criminologa Simona Ruffini chiesero la riapertura delle indagini, partendo proprio da quella sentenza che giudicava inverosimile che un ragazzo potesse, da solo, uccidere un uomo così atletico e forte. Nel 2010 Maccioni, diventato legale della famiglia Pasolini, ottenne nuovi accertamenti: le analisi rivelarono tre tracce di Dna sconosciute oltre a quella dell'intellettuale. Nonostante ciò, nel 2019 il procedimento venne nuovamente archiviato.









