Il tempo lungo della memoria e quello dilaniato del presente sono le dimensioni di due libri palestinesi recenti. Tutte le canzoni della pioggia ci riconoscono di Sabrin Hasbun (Feltrinelli, pp. 309, euro 19, traduzione di Silvia Rota Sperti, in uscita lunedì 25) ricostruisce una genealogia famigliare attraversata da esilio, amore, perdita e appartenenza; Se in una notte piovosa il tuo tetto fosse il cielo (Blackie Edizioni, pp. 256, euro 18, traduzioni di Sara Clamor, Luca Iacovone, Clara Serretta, Lorenzo Vetta) raccoglie invece i diari di Batool Abu Akleen, Sondos Sabra, Nahil Mohana e Ala’a Obaid scritti da Gaza, dentro l’assedio.

Nell’esordio letterario di Sabrin Hasbun, la Palestina è una casa da ritrovare; nella raccolta dei diari è invece una casa che continua a crollare. In entrambi i casi, scrivere significa opporsi all’annientamento. Hasbun lo dichiara apertamente nella nota iniziale del suo memoir: «In Palestina, la ferita della storia non si rimargina mai. È una storia in divenire in cui dobbiamo continuamente riscrivere la nostra presenza se non vogliamo esserne cancellati». C’è quindi la vicenda personale dell’autrice e, insieme, quella collettiva di un popolo costretto allo sradicamento, come alla continua riemersione di sé.