Si è soliti trattare gli scritti di Leopardi fanciullo, per lo più scavi eruditi e prime dissertazioni filosofiche, alla stregua di un antefatto ovvero di una fase fortemente ipotecata dal padre Monaldo la cui cultura testimoniava dell’umanesimo retorico tipico dell’educazione gesuitica: ma quanto a ciò, uno straordinario interprete come Sebastiano Timpanaro (nella voce «Giacomo Leopardi» dell’Enciclopedia Europea Garzanti, 6, 1978, poi in Leopardi e altre voci, a cura di Luca Baranelli e di chi scrive, Giometti & Antonello 2023) avrebbe comunque segnalato «note di originalità» che «si scorgono tra il ciarpame scolastico», peraltro così frainteso nel senso comune da alterare o persino ignorare il fatto che la biblioteca paterna di cui disponeva Giacomino non era affatto aggregata, come invece ci si aspetterebbe, intorno al canone classicista (spaiate e manchevoli vi risultavano, ad esempio, le edizioni dei tragici greci) perché vi prevaleva di gran lunga la tradizione patristica e scolastica, essendo quella stessa biblioteca un frutto della soppressione dei conventi decretata da colui che Monaldo e i suoi pari chiamavano senz’altro l’Anticristo.

E appunto da una limpida analisi della letteratura cristiana incontrata chez soi da Leopardi giovinetto muovono gli studi, concentrici, che Gaetano Lettieri oggi raccoglie con il titolo Dulce naufragium Desiderio infinito e ateofania in Leopardi (Marsilio «Saggi», pp. 398, € 28,00). Lo studioso non separa mai il poeta dal filosofo (e non per caso il primo nome citato è quello di Antonio Prete cui si deve la nozione di «pensiero poetante») ma li raccorda dall’interno avendo ben presente la massima leopardiana secondo cui la prosa è nutrice del verso e ciò vuol dire che poesia e filosofia si danno reciproco alimento. Lettieri, che è uno storico del cristianesimo e delle istituzioni ecclesiastiche, propone uno spoglio sistematico delle letture storico-filosofiche di Leopardi adolescente che si aprono a compasso (lo studioso parla infatti di «catena ermeneutica»), da Gregorio di Nissa a Massimo di Torino, da Pascal al primo bagliore dei Lumi in una fittissima intramatura degli apporti e dei riferimenti che Lettieri computa con netta puntualità e con l’intento di chiarire i due versanti della formazione leopardiana: l’uno di carattere puntuale riguardo ai processi di metabolizzazione di un sapere per proverbio eruditissimo, l’altro di carattere generale circa l’acclimatarsi di una simile cultura negli anni della Restaurazione, dominati dal Romanticismo.