Nel giugno 1949 Leone Piccioni, allora studioso di appena ventiquattro anni, recensisce, sul Popolo, L’inferno e il limbo di Mario Luzi, scorgendo in quest’ultimo «una delle più sicure voci dei nostri anni e certo, tra i più giovani, la più impegnativa e sincera». Comincia così un’ermeneutica fraterna – come dirà lo stesso Luzi, assai lontana dalla «critica ideologica o stilistica o strutturalistica» –, una strategia d’interpretazione umile, in atteggiamento di assidua attenzione o, prendendo a prestito i termini della fenomenologia husserliana, piena di riconoscimento e Lebenswelt.
Le riflessioni di Piccioni sul poeta fiorentino, che coprono l’arco di oltre un cinquantennio, sono ora radunate e ordinate in un unico volume: La conoscenza concentrica Scritti su Mario Luzi 1949-2001 (a cura di Gloria Manghetti, prefazione di Roberto Mussapi, postfazione di Alfiero Petreni, Succedeoggi Libri, pp. 208, € 18,00) contiene diciotto contributi apparsi su quotidiani e riviste. A corollario del libro c’è anche una recensione di Luzi a Piccioni pubblicata nell’ottobre del 1964 su «La Fiera letteraria». Se Petreni riporta alcune missive inviate dal «vetusto Abate M.» al «carissimo Leone» («un corpus ancora da esplorare e da valorizzare, felicemente conservato al Centro studi Mario Luzi “La barca”»), nell’introduzione Manghetti mette, invece, in luce «una dedizione sempre nel nome della comprensione generosa, inclusiva dell’autore, dove l’indagine filologica era sì una delle componenti, ma non la sola, prediligendo piuttosto, soprattutto con il passare degli anni, la disponibilità al dialogo, alla condivisione profonda dell’arte indagata».









