Laureando in Lettere,
pratica atletica fin da bambino. Ama le parole crociate, il rumore della
pioggia (solo quando sa di non dover uscire di casa) e circond…
L’Umanesimo ha trovato in Francesco Petrarca, una delle Tre corone della letteratura italiana, un precursore. Elogiando l’uomo al di sopra del Creato, seguendo il filone che ha visto nell’essere umano il centro dell’universo, il pensiero umanistico ha ragionato anche sull’antitetica dualità di cultura e natura. In una delle sue epistole latine, Petrarca racconta della salita verso la vetta del Mont Vantoux, oggi celebre per il Tour de France, ieri altura selvaggia, dove in pochi si avventuravano. Giunto sulla cima, il poeta toscano compie un’azione insolita: affonda la mano nel suo zaino e prende un libro. Immerso nella natura incontaminata e con il corpo affaticato dello sforzo della salita, solo un libro, aperto in una pagina casuale, può permettergli di riallinearsi, conoscersi, riflettere. Come Petrarca, anche noi oggi possiamo concederci un momento per unire la lettura al piacere dell’escursionismo, rinunciando al vecchio paradigma antropocentrico e abbracciando ciò che, giunti in vetta, ci circonda. È questa l’idea della geopoetica. Geografia e letteratura condividono un aspetto fondamentale: la sedimentazione. Entrambe studiano processi che affidano al tempo il ruolo di attore protagonista, nonché il legame tra quello che c’era e quello che c’è, tra la superficie e la profondità. Così, la pratica geopoetica pone in sinergia il rumore dei passi su un sentiero sterrato e le storie che raccontano i luoghi che attraversiamo. Le strade di montagna diventano pagine, brani, passi. Superando il mero aspetto fisico dell’escursionismo, il cammino geopoetico si configura come ponte tra la «physis» (natura) e la «psyché» (anima) in cui la riflessione porta alla conoscenza dei luoghi, non solo nella loro esteriorità, ma anche nei suoi torrenti sottesi, nei piccoli equilibri dimenticati.










