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22 SETTEMBRE 2025
Ultimo aggiornamento: 7:50
Ci vuole un bel coraggio a sfidare i tempi, questi tempi bui, rivalutando il ruolo della geografia, sì, proprio quella geografia bandita da politici miopi (ma esiste un politico che non lo sia?) dai programmi scolastici. Davide Sapienza è un cantore della geografia e, nello specifico, della lettura del territorio che ci circonda, che poi è l’esatto contrario di quella fruizione usa e getta tipica del turista. Infatti Sapienza è un viaggiatore, un esploratore moderno della terra ma anche della nostra realtà interiore, perché quello che vediamo fuori di noi è anche quello che è dentro di noi (“Serve fare nostra la convinzione che la Terra, con la sua geografia, è ricca di fili invisibili ai quali dobbiamo essere connessi. Occorre apprendere da capo come percepirne l’esistenza e come riconoscerci in questo tessuto vivo.”). Un unicum.
E, nel fare questo, Sapienza teorizza e fa proprio un cammino che è anche un cammino della lentezza, in contrapposizione alla velocità che ci circonda, che se poi questo viaggio interiore/esteriore lo facciamo nella Natura selvaggia, meglio, ma, aggiungo io, lo possiamo anche sperimentare nell’ambito urbano osservando una radice che solleva un selciato o una pianta che spacca un muro. Così come in montagna (e Sapienza ci vive e la percorre da una vita) possiamo immedesimarci in quelle rocce lassù dove l’uomo non è mai stato. Perché la selvaggità a ben vedere ci circonda. Scusate però questo mio debordare e ritorniamo al libro. Sì, perché la filosofia di Sapienza si materializzò tempo fa in un saggio, ed oggi si ripete ampliandone il contenuto: Geopoeta, nelle terre della percezione.






