di

Paolo Foschini

Incontro con l’autore che ha vinto il campionato mondiale di poetry slam. «Non siamo solitari: condividiamo pensieri e dolori». La cultura della pace

Con tutto il rispetto per Leopardi e gli altri, se guardando la foto in questa pagina notate una certa differenza tra l’autore di Silvia rimembri ancora e il personaggio qui rappresentato sappiate che non è solo questione di look. Perché è vero che Lorenzo Maragoni fa lo stesso mestiere di Foscolo e Pavese, cioè il poeta, ma è proprio diversa una delle parole-chiave che fin da quando studiavamo l’albero a cui tendevi eccetera era per noi il marchio di chi scrive poesie: la solitudine. Invece qui è l’esatto contrario, un po’ perché quello di Maragoni è un genere specifico che si chiama «poetry slam» ma soprattutto perché le sue parole-chiave sono «relazione» e «comunità». Come spiega lui ricordando il proprio inizio: «Era il 2018 e ho visto questa situazione in cui uno stava lì a recitare le sue poesie e attorno a lui una folla di ventenni che ascoltava, applaudiva, interveniva a sua volta. Ho pensato che io volevo assolutamente far parte di quella cosa».

La poesia dal basso: «Non elitaria ma popolare. Orale. Condivisa». In poche parole, quel che per alcuni secoli è stato Omero, sempre con tutto il rispetto. Oppure, se vogliamo andare oltre il manuale secondo cui la pratica del poetry slam sarebbe nata a Chigago negli anni Ottanta, appunto come performance in un locale o in una piazza, potremmo anche richiamare Marinetti e i futuristi di un secolo fa. O perfino Dante coi suoi amici stilnovisti che parlavano in rima anche per strada, o Guccini e Benigni che da giovani si sfidavano a ottave improvvisate secondo l’antica tradizione toscana: antenati del freestyle rap. Solo che Maragoni, nel suo genere, è Campione del mondo. Edizione di Parigi 2022. Racconta: «Esperienza incredibile. Ciascuno recita le proprie poesie nella sua lingua, gente da tutto il mondo. Giuria estratta a sorte tra il pubblico. Io ho recitato una poesia sui poeti del passato, in italiano. E alla fine il pubblico rideva. Non so se solo la poesia può fare questo. Certo, anche la musica. Ma la poesia lo fa con le parole». E del resto quelli della Divina commedia e dell’Iliade non si chiamano Canti? «Nella mia esperienza - riprende il poeta - la poesia è un dialogo, non un monologo. È ascolto dell’altro. Quindi uno strumento di pace».