Leopardi ha molte frecce al proprio arco anche per dirci qualcosa, forse, delle origini dell’epoca attuale, dominata dal predominio schiacciante della tecnica: un’epoca nella quale, come sappiamo bene, l’essere umano può anche intervenire sull’ambiente distruggendolo, e può pensare – forse per la prima volta con tale intensità – alla propria stessa estinzione. Tuttavia, solo in coda a questo intervento lascerò che sia lo stesso Leopardi – una pagina del suo Zibaldone di pensieri – a proiettarsi al di là del suo tempo, a preconizzare qualcosa di un mondo che a lui sembra di là da venire, almeno all’altezza del 1826.

PER IL MOMENTO, rimaniamo al rapporto di Leopardi con le cognizioni del suo secolo, a proposito dell’immagine della Natura. In fondo, lo scopo ultimo di questa breve esplorazione potrebbe essere semplicemente quello di tornare a leggere con più consapevolezza alcuni, straordinari versi del canto testamentario di Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto (1836): «Sta natura ognor verde, anzi procede/ Per sì lungo cammino,/ Che sembra star. Caggiono i regni intanto,/ Passan genti e linguaggi: ella nol vede:/ E l’uom d’eternità s’arroga il vanto». Come ricostruire uno sfondo più ampio per questi versi, come percepirne fino in fondo lo spessore storico e filosofico? Per esempio riproiettandoli, appunto, nel loro tempo, oltre che sulla scia delle letture leopardiane.