Oggi che l’approccio agli studi politico-geografici sono diventati di nuovo centrali nella visione dei nodi problematici che riguardano il pianeta è quantomai utile avvicinarsi alla questione Mediterraneo dalla prospettiva dell’antropologia che può non solo aiutare ma rafforzare significativamente la conoscenza di questo nostro mare fondamentale nell’incontro (e nello scontro) tra i diversi popoli.

Conquista dunque un particolare interesse lo studio di Paola Sacchi e Pier Paolo Viazzo Il Mediterraneo e l’antropologia (Carocci, pp 264, euro 26), che già dall’introduzione mette in chiaro l’assunto principale: «Alla ricerca antropologica tocca il compito di far affiorare – dalla storia, dalla memoria e dall’osservazione etnografica – una pluralità di mondi mediterranei. Non una sola regione pressoché identica a sé stessa». E se la formazione di un discorso sul mare Mediterraneo ha inizio in età napoleonica (fine Settecento) con la spedizione in Egitto e la data di nascita dell’antropologia culturale viene ascritta al 1799, cioè l’anno di fondazione a Parigi della «Société des observateurs de l’homme», è dalla pubblicazione nel 1949 di La Mediterranée di Fernand Braudel che si avvia la discussione sull’esistenza o meno della concezione dell’unità culturale del Mediterraneo.