Cresciuta sui sentieri di montagna, a 13 anni Marta scrive all’Eco di Bergamo per protestare contro un progetto di comprensorio

sciistico. Ora che di anni ne …

«U n bisogno di spazio intorno a me. Un bisogno di libertà. Un bisogno di dialogare con me stesso, oltre che con l’ambiente in cui mi muovevo»: a Enzo Biagi che lo intervistava nel 1983, Walter Bonatti illustrava così la sua attrazione per le montagne e il motivo che lo ha avvicinato a esse. La sua ricerca del «rischio» e dell’«avventura», spiegava, sono ciò che l’ha spinto a lasciare la città e a inoltrarsi negli «spazi vuoti».

L’alpinista Walter Bonatti sulla Grigna nel 1988

«Vuoti», forse, per il mondo, ma non per lui, che li vedeva «pieni di un elemento vitale»: la solitudine che ha ricercato per tutta la vita e che gli ha permesso di confrontarsi con sé stesso. La sua storia (di alpinista, di scrittore, di divulgatore, di giornalista - di uomo) continua a parlarci ancora oggi, a quindici anni dalla sua morte e quasi cento dalla sua nascita, perché ci pone di fronte a domande che sembrano fatte apposta per il nostro tempo. Domande sui limiti, sulla libertà, sulla solitudine, sul rapporto con la natura, sul senso del partire. Sono queste domande le protagoniste di «Senza confini. Nelle terre e nei racconti di Walter Bonatti», lo spettacolo di Spaz10 Teatro inserito nel cartellone di deSidera Festival, che, dopo il debutto di venerdì scorso a Selvino, porterà il suo racconto questo giovedì, 23 luglio, ad Almè in Villa Carnazzi e, in diverse date, nei rifugi delle Orobie. Quest’ultima è una scelta scenografica ma anche narrativa: invece di trasportare la montagna dentro un teatro, è il teatro a raggiungere la montagna. Attore, musicista e pubblico arriveranno a piedi, con lo zaino in spalla, quasi a ricordare che il luogo è parte integrante della storia. «Abbiamo scelto Bonatti come primo capitolo di una trilogia dedicata a tre grandi visionari italiani», racconta Tiziano Ferrari, autore e interprete dello spettacolo insieme a Enrica Carini. «Quello che ci ha sempre colpito di lui è la sua coerenza. È rimasto fedele al proprio modo di guardare il mondo per tutta la vita, anche quando questo gli è costato incomprensioni e critiche». Ed è forse proprio questa coerenza ad aver trasformato Bonatti in qualcosa di più di un alpinista. Nato a Bergamo nel 1930, cresciuto lontano dalle grandi montagne che poi lo avrebbero reso celebre, Bonatti lasciò un lavoro sicuro per trasferirsi ai piedi del Monte Bianco e dedicarsi completamente all’alpinismo. Negli anni successivi firmò alcune delle imprese più straordinarie del Novecento: il Grand Capucin, il Petit Dru, il Cervino d’inverno, fino alla controversa spedizione del K2 del 1954, che lo segnò profondamente. Quella notte trascorsa oltre gli ottomila metri, costretto a un bivacco all’addiaccio insieme allo sherpa Amir Mahdi dopo che il nono campo era stato montato in una posizione diversa da quella concordata, diventò uno degli episodi più discussi della storia dell’alpinismo. Per decenni Bonatti fu accusato ingiustamente di aver compromesso la salita alla vetta. Solo cinquant’anni dopo il Club Alpino Italiano riconobbe ufficialmente la fondatezza della sua versione dei fatti.