Voghera. Scoraggiati, pessimisti e anche discretamente arrabbiati. Però con la volontà di provare comunque a fare qualcosa per salvare la squadra della loro città. Sono così, in questi giorni, i tifosi dell’Avc Vogherese 1919, club il cui destino dopo la retrocessione in Eccellenza e i tanti debiti accumulati, è più che mai incerto. Con il briciolo di speranza che rimane loro, alcuni si stanno organizzando per chiedere nei prossimi giorni un incontro alla sindaca Paola Garlaschelli. Entro metà luglio, infatti, le società devono effettuare le iscrizioni ai campionati, e allo stato attuale l’Avc Vogherese (di fatto messa in vendita dal patron Oreste Cavaliere) rischia di rimanere fuori. Quello che chiederanno i tifosi alla sindaca appena confermata è di muoversi per fare in modo che la città non perda una realtà sportiva storica, seguita da qualche migliaio di persone. La questione tocca peraltro anche un bene comunale, lo stadio “Parisi”, fino al 30 giugno nelle mani dell’Avc Vogherese e a rischio di rimanere vuoto dopo che il Comune ci ha speso qualcosa come 700mila euro per effettuare una serie di interventi di manutenzione straordinaria. «In altre realtà, come Broni – aggiunge lo storico frequentatore della tribuna Carlo Gobbi – l’amministrazione ha attivamente cercato degli imprenditori che rilevassero l’Oltrepò, e ha quindi avuto un ruolo nel rimetterla in sesto. Se ci sarà un incontro andremo, perché crediamo che l’unica speranza per portare avanti una squadra locale sia farlo fare a chi è della zona e ci tiene davvero. Questo dovremmo imparare dall’esperienza appena vissuta». Di fronte alla prospettiva, la sindaca è assolutamente conciliante: «Ascolteremo i tifosi, perché la porta dell'amministrazione è sempre aperta – dice, ma sottolinea -, fermo restando che un ente locale non gestisce società sportive né può sostituirsi ad esse». Nei limiti delle sue possibilità, quindi, il Comune proverà a individuare degli attori che possano essere interessati a rilevare il nome, ma potrebbe essere uno di quei casi in cui è più facile il dirsi che il farsi: i debiti accumulati, riportano le indiscrezioni nell’ambiente, ammontano a qualche centinaia di migliaia di euro. «Un po’ la colpa è anche nostra – dice qualche altro tifoso – perché saremmo dovuti intervenire prima. Invece questa gestione ha creato delle spaccature anche dentro la tifoseria, allo stadio siamo rimasti in pochi ad andare, e perdendo coesione non siamo riusciti ad alzare sufficientemente la voce». Ciò che conterebbe di più, per tutti, sarebbe conservare il nome. Ma anche questo potrebbe essere difficile: «Quel nome, con la sua storia, meriterebbe di andare avanti – conclude Marco Scaglia, anche lui storico tifoso rossonero – ma chi si accollerebbe debiti di altri? Io personalmente, ma credo anche molti altri, sarei disposto a ripartire da zero: se l’unica soluzione fosse cambiare nome e scendere di categoria lo farei, con umiltà e serietà. I problemi sono nati quando la società ha voluto fare il passo più lungo della gamba. Se dobbiamo accorciarlo facciamolo. Quello che spiace è vedere i ragazzi giocare altrove, e gente che si è vista a bordo campo per trent’anni non rivolgersi parola. Dobbiamo ritrovare lo spirito di squadra. Forse non tutti insieme, ma con quelli che sono disponibili a farlo».