di
Vincenza Alfano
Foto di classe, si racconta l'autrice de "Il treno dei bambini": «Al liceo Panzini ero la classica secchiona. Compravo i libri visti in mano alla prof»
Foto di classe è la rubrica che racconta la scuola di che ce l’ha fatta e di chi è rimasto indietro. Chi ha trovato un maestro che ha indicato una strada. Chi un’amicizia che è durata tutta la vita. Chi ha scoperto sé stesso. Chi si è sentito tradito. In tutti la scuola lascia un segno, per qualcuno è un rimpianto, per altri nostalgia.Ospite della terza puntata Viola Ardone, scrittrice e docente di italiano e latino, che ha firmato romanzi di successo come Il treno dei bambini (Einaudi). La foto è della terza A del liceo ginnasio «Adolfo Pansini» di Napoli in piazza Quattro Giornate.
La classica foto di fine anno?«Sì, ma sapevamo di essere in posa per l’ultima volta prima dell’esame di maturità. Voglio anche precisare che la classe in foto, abbastanza numerosa, proveniva dall’unione di due gruppi classe, perché il triennio della A nasceva dalla fusione del ginnasio delle sezioni A e della H decimate dalle bocciature. I professori del triennio furono molto bravi a farci diventare un’unica classe. Oggi guardando questa foto non so più dire chi provenisse da una sezione e chi da un’altra». Com’era quella ragazza nella foto? Pensava già di diventare una scrittrice?«La ragazza nella foto, quella con i capelli un po’ scompigliati e una ciocca che le scivola sulla guancia, già sognava di fare la scrittrice, e lo sognava da sempre; però, frequentando il liceo, a un certo punto, soprattutto durante il triennio, ha capito qualcosa in più su quel desiderio. Quando arrivava il momento fatidico del compito in classe d’italiano, ne approfittavo per fare un esercizio di scrittura. Ricordo che quei momenti diventavano delle prove in cui cercavo di trovare un taglio mio più personale e attendevo poi con grande curiosità il parere della mia unica lettrice: la professoressa Posteraro, che peraltro compare in questa foto, la quale iniziò ad apprezzare questi miei tentativi stilistici. Il liceo è stato la mia prima palestra di scrittura, il momento in cui ho iniziato a credere che la scrittura potesse essere qualcosa che mi connotava, un momento identitario e di espressione personale».Com’era la sua pagella?«La mia pagella era quella della classica secchiona perché studiavo molto e con tantissimo impegno come tutti i miei compagni e le compagne di classe. Mi piaceva approfondire, avevo il gusto della ricerca. All’ultimo anno, grazie al professore Sedda, mi appassionai così tanto alla fisica — che al classico veniva studiata in modo un po’ teorico — che per un attimo pensai di iscrivermi alla Facoltà di Fisica. Lo studio per me era una sfida intellettuale di carattere personale. Volevo riuscire in tutte le materie, era ed è rimasto una sorta di rifugio dal mondo nei momenti difficili. Alla fine, mi diplomai col massimo dei voti che all’epoca era il famigerato sessanta sessantesimi».Ha mai avuto una nota in condotta? È stata protagonista di una trasgressione?«Non mi pare di averne avute. Ma ci sono state delle frizioni con alcuni docenti. Ricordo con grande amore la professoressa Rosaria Cesare, una delle donne più colte e sapienti che avessi mai conosciuto. Probabilmente poco incline al dialogo didattico, poco comunicativa, però, era di una sapienza infinita e si presentava in classe con alcuni suoi libri che poggiava sulla cattedra senza dire nulla. Solo questo gesto scatenava in me una curiosità maniacale, andavo a vedere quali erano i libri che lei leggeva perché volevo diventare come lei e, grazie a lei, iniziai ad appassionarmi ai classici greci, alla tragedia. Conservo ancora un’edizione dell’Antigone di Sofocle con l’introduzione di Rossana Rossanda: andai a comprare questo libro dopo averlo visto sulla cattedra. Un’altra volta portò Finzioni di Borges e io mi dissi che avrei dovuto leggerlo a qualsiasi costo. Insomma, lei seminava briciole di pane come quelle di Pollicino. E proprio con lei ebbi uno screzio per una valutazione negativa di un’interrogazione per la quale avevo studiato tanto. Al momento mi dispiacqui, ricordo che piansi, poi capii che lei voleva qualcosa di diverso. Avevo studiato in modo troppo scolastico. Quel dispiacere mi fece capire che dovevo avere un approccio più critico. Anche da un insegnante ruvido puoi ricevere un insegnamento importante».C’è un aneddoto divertente di quegli anni?«Un anno la “terribile” professoressa Rosaria Cesare rimandò undici compagni e loro decisero di presentarsi all’esame di riparazione con undici magliette tutte uguali, tutte numerate e ciascuna col proprio nome, come i componenti di una squadra di calcio». Ha una nostalgia?«Ho nostalgia della spensieratezza di quegli anni. I giorni di scuola sembrano infiniti ma sono brevissimi, passano in fretta. La scuola si fa insieme, in gruppo. Già il lavoro dell’università è molto più solitario. Ancora oggi con molti degli ex compagni e compagne di questa foto siamo amici e ci vediamo quando possiamo. È un rapporto che si rinnova esattamente dal punto in cui si è interrotto. Quando si è cresciuti insieme, il tempo non si frappone. Siamo rimasti esattamente quelli».C’è qualcuno o qualcuna con cui ha mantenuto un rapporto speciale o più duraturo?«In realtà più o meno ci frequentiamo tutti, ma con alcuni è capitato di ritrovarsi anche nel percorso lavorativo. Il mio compagno di banco Vittorio Graziani è diventato un libraio bravissimo, ha scritto anche un libro sul mondo dei librai e ha una bellissima libreria indipendente a la Centofiori di Milano e, quindi, continuiamo a incrociarci continuamente per lavoro».C’è stato un maestro?«Forse non sono molto affascinata dall’idea che gli insegnanti debbano essere bravi maestri o maestre di vita. Credo più nel fatto che possono diventare maestri involontari, cioè lasciarci delle cose non perché hanno voluto lasciare un segno, ma perché noi abbiamo voluto che qualche loro segno restasse in noi. Un altro professore a cui ero molto legata era quello di filosofia, Palma, che la mattina veniva in classe con il quotidiano e ci parlava della Palestina, di quel pezzo di storia che sui libri ancora non c’era, ci parlava dell’attualità con spessore storico e filosofico, e, ancora, la professoressa di matematica Maria Fiola che ci dava un due se sbagliavamo le congiunzioni durante la dimostrazione dei teoremi. Ci fece capire che, anche se eravamo studenti del classico, quella sapienza delle congiunzioni era utile anche per la matematica e che le discipline non sono separate tra loro».C’è qualcosa che vuole dire a un suo professore?«Voglio fare un grande ringraziamento ai miei professori. Se rimangono nei nostri discorsi, nei nostri scherzetti, nei ricordi, a distanza di tanti anni, vuol dire che sono stati importanti per noi anche più di quanto loro possano immaginare. Gli insegnanti non possono ricordarsi di tutti i loro studenti, ma ogni studente ricorderà nel bene e nel male un pochino dei suoi professori».











