Con Wittgenstein urlava a scuola (La nave di Teseo, pp. 188, euro 20), Lucrezia Lerro consegna ai lettori uno dei suoi romanzi più maturi, un’opera che affronta il tema dell’educazione non come semplice trasmissione del sapere, ma come esperienza morale, responsabilità civile e gesto d’amore verso l’altro. Ambientato in una scuola elementare milanese, il libro segue la vicenda di Matilde, insegnante precaria alla sua prima supplenza, e del piccolo Key, bambino nigeriano vittima di discriminazioni e pregiudizi. Attorno a loro si costruisce una narrazione che interroga il nostro tempo e le sue fragilità più profonde. La scrittrice e poetessa non racconta soltanto una storia se si vuole di bullismo o ancor meglio di razzismo scolastico.

Ciò che emerge alla lettura è la fotografia di una società non più capace di ascoltare: laddove gli adulti senza accorgersene hanno abdicato alla propria funzione educativa, i bambini diventano ricettacolo di paure, frustrazioni e violenze. Questo è lo sfondo in cui si muove Matilde e quando sarebbe forse opportuno ritrarsi lei sceglie la strada più difficile: non si gira dall’altra parte. La sua è una ribellione silenziosa, ostinata, attenta alla cura in presenza. Ed è talmente compresa e compressa nel proprio ruolo d’insegnante che non può dimenticare che la sua professione appartiene al novero delle vocazioni, di quelle chiamate a profondere un alto senso morale e civile.