L’amministrazione Trump potrebbe aprire un nuovo fronte sui dazi con l’Unione europea. Il 2 giugno, Washington ha proposto l’imposizione di dazi aggiuntivi del 10% o del 12,5% sulle importazioni provenienti da 60 economie, tra cui l’Ue, accusate di non aver adottato o applicato misure sufficienti per impedire il commercio di beni prodotti con lavoro forzato.
La proposta è stata avanzata dall’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, l’USTR, nell’ambito di una serie di indagini condotte ai sensi della Section 301 del Trade Act del 1974, lo strumento che consente a Washington di reagire a pratiche commerciali considerate sleali o discriminatorie. Secondo l’amministrazione americana, diversi partner commerciali non avrebbero messo in campo divieti efficaci contro l’importazione di prodotti realizzati attraverso lavoro forzato, creando così uno svantaggio competitivo per le imprese statunitensi.
Il piano non è ancora definitivo. L’USTR ha aperto una fase di consultazione pubblica, che dovrebbe concludersi a luglio, prima di decidere se procedere con l’applicazione delle nuove tariffe. In base alla nota diramata dall’USTR, l’Unione europea rientra nel gruppo di economie potenzialmente colpite da un dazio aggiuntivo del 10%, insieme tra gli altri a Regno Unito, Canada, Messico, Taiwan, Indonesia, Pakistan, Argentina, Bangladesh, Cambogia, Ecuador, El Salvador, Guatemala e Malaysia. Un’aliquota più alta, pari al 12,5%, riguarderebbe invece altri partner, tra cui Cina, India, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda e Nigeria.










