L’amministrazione Trump rinfocola le tensioni commerciali globali. Martedì 2 giugno il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha annunciato che gli Usa rilanciano dazi doganali aggiuntivi del 10% o più per 60 economie, comprese Cina, Unione europea, Giappone, India e Messico. Il motivo è che questi partner commerciali non combattono a sufficienza l’importazione di beni prodotti con il lavoro forzato. Una proposta non definitiva, ma frutto di indagini avviate nel mese di marzo dall’amministrazione Trump, che condotte ai sensi della sezione 301 del Trade Act del 1974. Un modo che consente così al presidente americano di aggirare i limiti imposti dalla Corte Suprema, che ha bocciato le tariffe imposte dal tycoon stabilendo che avesse oltrepassato la sua autorità usando l’International Emergency Powers Act del 1977. I Paesi a cui viene applicato il dazio aggiuntivo Nel dettaglio, Greer propone di imporre dazi del 12,5% a circa 45 Paesi che, secondo i suoi servizi, non sono riusciti a introdurre un divieto di importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Nel report pubblicato dalla Us Trade Representative sarebbero colpiti nello specifico Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Brasile, Svizzera e persino Israele. Tra le dieci nazioni soggette a tariffe del 10%, invece, vi sono Canada, Messico, Taiwan e Regno Unito. Un più dieci punti percentuali toccherebbe anche l’Ue. Questi dazi, comunque, non entrano in vigore in maniera automatica. Sono infatti soggetti a consultazione pubblica e revisione. Il rapporto definisce il lavoro forzato come «lavoro o servizio prelevato da una persona sotto la minaccia di una qualsiasi sanzione per la sua mancata esecuzione e per il quale il lavoratore non si offre volontariamente».
Usa, minaccia dazi fino al 12,5% sull’import da Paesi coinvolti in lavoro forzato: coinvolta l’Ue
L’amministrazione Trump alza il tiro e intende bloccare i prodotti realizzati da 60 economie, comprese quelle dell’Unione e Israele








