di
Giovanni Cortesi e Giampiero Rossi
Gli operai raccontano il caporalato nella costruzione della rappresentanza diplomatica: «A pranzo mangiavamo pesce marcio, guadagnavamo 1,43 euro l'ora»
«La preghiamo di far rientro nel suo Paese d’origine senza indugio». La lettera che comunica la fine del rapporto di lavoro usa questa formula, garbata ma brutale. Ma, nei fatti, il licenziamento è stato ancora più brusco: «Siamo arrivati in cantiere e ci hanno detto che non avevano più bisogno di noi e che entro due giorni dovevamo lasciare la casa».
Adesso sono lì, nei pressi di uno dei due residence in cui li aveva sistemati l’azienda e dove non possono più abitare. Alcuni dormono nei parchi, altri hanno trovato ospitalità. Sono quattro kenioti e due indiani, tra i 29 e i 51 anni, accomunati dal lavoro per la Caddell nel cantiere per la nuova sede milanese del Consolato Usa. I quattro kenioti, in precedenza, avevano lavorato per la Caddell anche per l’ambasciata americana a Nairobi, in condizioni di lavoro molto simili.










