Un operaio ha raccontato a Fanpage.it la vita all’interno del cantiere del consolato USA a Milano: un sistema di sfruttamento costruito sulla vulnerabilità di centinaia di lavoratori stranieri fatto di turni massacranti, salari fantasma e paura costante.
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Dopo giorni trascorsi ad analizzare documenti relativi al cantiere del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano, siamo riusciti a parlare con uno degli operai che ha lavorato all'interno del sito. Ha accettato di raccontare la sua storia a Fanpage.it, ma a una condizione: che il suo nome non venisse pubblicato. Ha paura. Paura di ritorsioni, paura per la propria famiglia, paura che qualcuno possa scoprire dove vive oggi. Nonostante questo ha deciso di parlare perché, ha spiegato, "quello che abbiamo vissuto non deve succedere a nessun altro".
La sua testimonianza ci ha portati dentro il cantiere della Caddell Construction, oltre le recinzioni e i controlli, nel cuore di quello che gli investigatori hanno definito un sistema di sfruttamento costruito sulla vulnerabilità di centinaia di lavoratori stranieri. Dal suo racconto è emerso lo spaccato di un mondo fatto di turni massacranti, salari che si assottigliano fino a poche centinaia di euro, paura costante del licenziamento, malattie ignorate e diritti che sembravano non esistere: è il racconto dall'interno di come, secondo l'operaio, si viveva nel cantiere del nuovo consolato USA a Milano. Dentro il cantiere del nuovo consolato USA a Milano "Non sapevamo nemmeno che in Europa potessero fare una cosa del genere", ha esordito l'operaio a Fanpage.it. Quando ha iniziato a raccontare, la sua voce non ha il tono della rabbia. È qualcosa di diverso: una miscela di incredulità, paura e umiliazione che ancora oggi lo accompagna. Per anni ha lavorato per la stessa azienda in Kenya, poi, è arrivata la proposta che sembrava un'occasione irripetibile: trasferirsi in Italia per partecipare alla costruzione del nuovo consolato degli Stati Uniti a Milano.







