Ho 26 anni, vengo da Trebisacce, in provincia di Cosenza, e oggi faccio il praticante avvocato a Bologna.
Sono andato via dalla Calabria a 19 anni, unendomi a quella carovana di oltre 180mila calabresi – per la maggior parte under 35 – che negli ultimi vent’anni hanno dovuto fare le valigie per cercare un futuro altrove. Leggendo l’intervista del manifesto a Christian Ferrari della Cgil sulla questione meridionale, la prima reazione è un misto di sdegno e rassegnazione. Ferrari ha perfettamente ragione quando dice che il Mezzogiorno è sparito dalle agende politiche nazionali, sostituito dai tagli dell’autonomia differenziata e da scatole vuote come la Zes unica gestita direttamente da palazzo Chigi. Ma da quassù, guardando a quello che succede nell’Alto Jonio, la realtà ha una sfumatura ancora più cruda. Il problema del Sud non si risolve solo nei palazzi romani, perché è alimentato da una vecchia classe politica locale che, per dirla in modo chiaro e volgare, non ha nessuna intenzione di mollare l’osso.
Per questi signori, l’Alto Jonio e l’intera Calabria non sono territori su cui investire, ma meri bacini di voti da spremere a ogni tornata elettorale con i soliti, beceri proclami. A una certa politica fa comodamente gioco avere una gioventù disinteressata, qualunquista e apatica. D’altronde si sa che un popolo ignorante è più facile da governare. E così, mentre la sanità pubblica è ridotta al lumicino e i trasporti sono un diritto negato, noi diventiamo il fanalino di coda della regione più povera d’Italia. I dati pesano come macigni e fotografano una ferita aperta per la dignità delle persone: a parità di mansione, un lavoratore al Sud guadagna mediamente seimila euro in meno all’anno rispetto a uno del Nord, una donna in Calabria guadagna in media il 30% in meno di un uomo, e quasi un terzo del lavoro agricolo nella nostra regione è totalmente irregolare.









