Il comizio davanti alla stazione di Amendolara è finito. Alla spicciolata i manifestanti tornano verso le macchine o i bus che li hanno portati in Calabria dal resto d’Italia. Le ferrovie alle spalle sono giusto un’intuizione, passano due treni al giorno. Il trasporto è affidato ai bus dei privati che percorrono i paesi calabresi per portare gli studenti nelle scuole delle città. Come Castrovillari o Sibari, a malapena collegate tra loro. Il capoluogo da qui dista solo 180 chilometri ma per arrivare da Catanzaro ad Amendolara con i mezzi servono 9 ore e tre cambi.

LA NUOVA CITTÀ della della Regione Calabria si trova lì, ma non in centro: è un palazzo faraonico che si staglia nel nulla. Un cubo di cemento in mezzo agli ulivi e ai fichi d’india. Da lì al distributore della 106 dove l’1 giugno sono stati arsi vivi quattro braccianti – Waseem Khan, pachistano di 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi,19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni – in macchina sono invece solo due ore. Eppure nessuno della giunta regionale guidata dal forzista Roberto Occhiuto è venuto a portare un segno di vicinanza. Neppure l’assessore all’Agricoltura, Gianluca Gallo (mister preferenze alle scorse elezioni con oltre 30 mila voti) che vive a Cassano Ionio, a venti minuti dal luogo dove sono stati uccisi quattro braccianti, si è fatto vedere. «Dice che va in giro per il mondo a sponsorizzare le eccellenze calabresi ma dimentica come vengono prodotte», nota uno dei sindaci della piana della Sibaritide in corteo. La loro fascia tricolore è l’unico segno istituzionale della manifestazione. «La destra regionale vuol far passare l’episodio come una guerra fra migranti», spiega Giovanni, della Cgil di Catanzaro, mentre la coda del corteo arriva davanti alla stazione.