I disegnetti son tornati, evviva i disegnetti. Questo si dica perché avere più Zerocalcare a prescindere è sempre cosa buona visto che l’intelligenza perlopiù latita, il banale impera e diciamo la voglia di parlare oltre la propria altezza non è esattamente cosa comune. Quindi vedere su Netflix “Due spicci”, la serie animata che chiude l’ideale trilogia dopo “Strappare lungo e i bordi” e “Questo mondo non mi renderà cattivo", è comunque un esercizio di puro piacere. Però, qui arrivano i però. “Due spicci” si guarda molto dentro e mette in scena, con una lucidità quasi crudele, quell’implacabile momento della vita in cui ci si accorge che alcune crepe sono diventate struttura. Molto autobiografica, a tratti più del necessario, lascia ai margini politica e denuncia per ruotare intorno a una trama in stile noir in cui entrano malavita, debiti, estorsioni, il pizzo, mafia capitale, i cattivissimi, le relazioni tossiche, le fughe, la galera, i coltelli, e che a tratti lascia un velo di perplessità. Però anche il thriller di quartiere, seppur invadente, si fa pretesto. Zerocalcare è cresciuto, e ha imparato a guardarsi, riuscendo anche a raccontarlo agli altri. Quasi fosse una direzione ostinata e contraria, la fatica di stare al passo coi tempi che fuggono contrasta con la fatica altrettanto impegnativa del rendersene conto.Quarantenni sospesi tra nostalgia e paura del cambiamento, incapaci di lasciare andare il passato, personaggi che continuano a girare attorno agli stessi vuoti che non sentono l’urgenza di essere riempiti. Intatta l’ironia (vince il premio battuta «Sogno quelli della “Zanzara” in disgrazia che vanno a elemosinare due spicci a “L’isola dei famosi”»), mantiene in ogni tratto la solitudine, imposta, cercata, alla fine vissuta da ognuno, aggrappato su una zattera alla deriva dopo l’impatto con l’iceberg del caso. Quindi da una parte «finché c’è la banda si può fare tutto, pur andare contro il mondo». Dall’altra però il confine tracciato costruisce muri sempre più alti e inaccessibili. Intorno a Zero, cresciuto a matite, serie e videogiochi, che ha pianto per Lady Oscar, odiato i Tre porcellini e che infarcisce ogni sfumatura di citazioni, si muove una comunità che continua a esistere come rifugio necessario. Ma al tempo stesso anche come gabbia emotiva. «Noi agli occhi dei bambini sembriamo adulti risolti, incrollabili come le statue dell’isola di Pasqua. Ma speriamo solo che il lupo non venga a soffiarci contro, proprio stanotte». Alla fine, “Due spicci” non è forse la serie migliore di Zerocalcare. Ma è la più onesta, nel guardare dentro alla fragilità comune, in cui si ondeggia, per aggrapparsi insieme a una speranza: «Che questa volta è quella buona».
Due spicci, che fatica la crescita Zero
La nuova serie animata Netflix di Zerocalcare non è la migliore della trilogia. Ma guarda dentro la fragilità comune. Con dolorosa onestà. E un pizzico di spera













