Abbiamo deciso di non guardare nessuna anteprima di Due spicci, la nuova serie animata di Zerocalcare in arrivo il 27 maggio su Netflix, prima di scrivere queste righe. Questo pezzo non è né una recensione né un invito alla visione, solo una riflessione sul mezzo e sull’autore, a cuore aperto. Perché è proprio il cuore il motore dell’operazione di Zero. Ma torniamo velocemente indietro.
Zero viene dal fumetto ed è un fumettista. Niente di più, niente di meno. Formato come tutta la sua generazione tramite i fumetti e altre narrazioni parallele e convergenti, come i videogiochi, i film, i giocattoli, le pubblicità e chiaramente i cartoni animati. Ma Zero è un fumettista, perché solo un fumettista potrebbe realizzare la mole di storie che porta la firma di Zerocalcare. Libri su libri, macinati in un pugno di anni, affogati in migliaia di illustrazioni partigiane per volantini di concerti e operazioni benefit. Libri su libri. Libri di fumetti.
E molti fumettisti (potremmo dire autori di fumetti, ma questo pezzo è pieno ripetizioni, perché vorremmo che vi entrassero in testa un pugno di concetti) hanno utilizzato le serie animate solo come corona da mettersi sul capo. Una sorta di traguardo, molto spesso delegato a veri e propri registi, finalizzato solo al riconoscimento del proprio operato su carta. «Il mio fumetto è tanto di successo che addirittura è diventato una serie animata». Alcune trasposizioni animate sono poi riuscite, altre meno, ma cosa importa in fondo? L’importante è uscire sullo schermo e farsi pubblicità, far conoscere alla gente i propri personaggi, allargare il pubblico di lettori.








