C’è qualcosa nella maniera in cui Michele Rech, cioè Zerocalcare, vive il suo essere autore, disegnatore e da un po’ anche regista, sceneggiatore e doppiatore di serie animate, che lo rende unico. Molti fumettisti o scrittori hanno uno stile di narrazione personale e riconoscibile, tanti hanno dei temi che affrontano spesso e ancora di più mettono la propria vita dentro le loro opere. Nessuno come Zerocalcare però inserisce in quello che fa la maniera in cui vive la sua condizione. Non sappiamo esattamente quanto e in cosa il suo alter ego sia diverso da lui, sappiamo solo che ne è una versione romanzata, ma se c’è una cosa evidentemente autentica di quel che racconta è l’impatto che la sua vita e il suo lavoro hanno su di lui.Strappare lungo i bordi, la prima serie animata che ha fatto per Netflix, raccontava una storia personale. Questo mondo non mi renderà cattivo, la seconda, era una storia che partiva dal personale per raccontare questioni politiche. Sono i due estremi tra cui oscillano le storie di Zerocalcare, che già con i fumetti ha iniziato ad alternare storie più intime a questioni più politiche. Già in questo c’è una parte grandissima del suo essere autore: l’esigenza di fare qualcosa che abbia un senso e un obiettivo etico, sapendo di essere bravo e apprezzato nel racconto del privato, e i dubbi su di sé che derivano dal contrasto tra senso del dovere verso i lettori/spettatori e la propria bussola interna.NetflixDue spicci più di altre opere di Zerocalcare, è poi profondamente generazionale, non solo nei continui riferimenti e nella dieta mediatica, ma proprio nelle questioni personali. Tuttavia è anche così ben fatta da parlare pure a chi appartiene ad altre generazioni. Stavolta Zerocalcare si confronta con il fatto che i suoi amici hanno messo su famiglia, almeno alcuni, mentre altre hanno problemi relazionali da adulti. È diventato co-proprietario di un locale (cosa che è accaduta anche a Michele Rech nella realtà) e questo lo mette a contatto con i problemi di soldi e di gestione degli amici. In questo già c’è il primo elemento tragico tipico da Zerocalcare: un personaggio che racconta se stesso come uno che passa la vita ad assicurarsi che nulla possa andare male, che cerca di stare al riparo dai problemi e dagli accolli in ogni modo, è circondato da persone che non fanno così e i loro drammi investono anche lui.Chiaramente non manca l’umorismo di Zerocalcare e il suo modo di raccontare il mondo intorno a sé con esempi, archetipi narrativi della cultura pop e allegorie da nerd. Solo che questa volta tutta la storia sembra chiedersi come si possa affrontare il successo (per la prima volta, sottotraccia, si intuisce che il personaggio di Zerocalcare non ha problemi economici, a differenza di altri suoi amici) e come ci si senta a essere più stabili di altri, più sicuri di altri in fondo, ma molto meno compromessi con una relazione, una famiglia o un’impresa.Zerocalcare insomma ce l’ha fatta a raggiungere una pseudo tranquillità, a differenza degli altri. Ma guarda gli altri prendersi mille rischi con una strana forma di paura e desiderio. Addirittura stavolta c’è tutta una questione sentimentale molto tenera e quasi romantica, che lo riguarda in prima persona, in cui di nuovo il problema non è coronare le aspirazioni emotive, ma “come convivere con tutto questo?”.NetflixViviamo gli anni dell’autofiction (da un bel po’), quelli in cui tutti vogliono raccontare la propria storia, tutti sono convinti di essere esempi paradigmatici di qualcosa, tutti “mettono del proprio” nei racconti che fanno. Zerocalcare che così ha iniziato e, per sua ammissione, non sa fare altro, continua a essere l’unico che nel romanzare se stesso mostra qualcosa di davvero umano. È difficile insomma avere esattamente le stesse ansie, paturnie e idiosincrasie del personaggio Zerocalcare, ma come con i migliori momenti di Larry David (uno dei maggiori artisti dell’autofiction), è anche impossibile non trovare in quelle assurdità qualcosa di autentico o qualcosa di intimo estremizzato, perché in fondo è pur sempre un cartone animato, iperbolico per definizione.Due spicci è insomma la logica prosecuzione delle altre due serie, ha anche più musica e un tocco un filo più ardito di messa in scena (ma proprio un filo!) e fa ridere. Fa ridere specialmente la maniera in cui cerca una via di uscita da ogni situazione, cioè gli espedienti che mette in piedi per non essere coinvolto in niente finendo inevitabilmente coinvolto in tutto, nella stessa maniera in cui fa ridere che Willy il Coyote, facendo di tutto per colpire Beep Beep sia sempre lui quello che viene colpito.Non mancano poi anche i difetti principali delle sue storie, cioè un’emotività molto semplice e diretta, molto ostentata e la trasformazione sistematica e un po’ meccanica di questioni particolari in esistenziale, affogando un po’ tutto nella malinconia. Però non c’è nessuno oggi in Italia che si ponga domande così giuste con la sua costanza e la sua frequenza. Non sono le stesse domande che si faceva la generazione dei padri di Zerocalcare (come schierarsi? cosa fare? da che parte stare?), sono domande completamente diverse che possono essere sintetizzate con: “Come posso io stare al riparo da tutto questo e al tempo stesso fare la cosa giusta?” e “Nel momento in cui trovassi come riuscirci, cosa mi perderei?”.