Chi ricorda l’impennata delle bollette del 2022, quando l’Europa si trovò a fare i conti con la dipendenza dal gas russo, ha già vissuto sulla propria pelle cosa significa avere il 70% dei consumi energetici legati all’estero. Al Festival dell’Energia di Lecce il Mediterraneo è emerso infatti come uno dei punti più delicati e strategici della transizione energetica europea. Una regione stretta tra esigenze che spesso si contraddicono: garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, accelerare sulle rinnovabili, fronteggiare gli effetti già visibili del cambiamento climatico.
A fare da filo conduttore del dibattito è stato Antonio Navarra, presidente del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), che ha definito il Mediterraneo “una zona di confine storico, geografico, demografico e meteorologico”. Un’area, ha spiegato, dove gli effetti della crisi climatica risultano amplificati proprio per la sua natura di frontiera tra le aree tropicali e le medie latitudini.
“Quando uno passeggia vicino al ciglio di un burrone, una piccola distrazione lo può far precipitare”, ha detto Navarra per descrivere la vulnerabilità della regione. Il nodo centrale, secondo il presidente del Cmcc, è l’adattamento. Se la mitigazione delle emissioni richiede accordi globali, “l’adattamento è un problema locale”, che ricade direttamente su territori e amministratori. Da qui la necessità di investimenti infrastrutturali, pianificazione e cooperazione internazionale.














