La crescita economica di un paese dipende in parte da fattori quantitativi (più occupati e/o più ore lavorate) ma soprattutto da fattori qualitativi che fanno aumentare la produttività, ovvero ottenere di più usando meno risorse. Per l’Italia, che ha una dinamica demografica nettamente sfavorevole, sebbene ci siano margini per aumentare l’occupazione soprattutto femminile, l’aumento della produttività è l’unica possibilità non solo per crescere ma anche per sostenere un welfare pesante e una società che invecchia. Due sono i driver principali del miglioramento del pil pro capite: il capitale umano e l’innovazione tecnologica.Proprio questi argomenti cruciali sono stati al centro delle Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, che si è soffermato sui ritardi dell’Italia sulla formazione e sulle nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale (Ia). Due temi strettamente intrecciati perché, come ha ricordato Panetta, “senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati”.Rispetto a molti altri problemi, dove sono evidenti le mancanze dello stato, su questi due aspetti i dati mostrati da Panetta indicano un deficit del sistema imprenditoriale italiano. Sull’istruzione, il governatore segnala che la quota di laureati (30 per cento) è inferiore a quella degli altri grandi paesi europei, mentre è doppia la quota di giovani non laureati che non studiano né lavorano (20 per cento). Ma è anche vero che “il rendimento dell’istruzione terziaria resta contenuto, mentre la domanda di competenze qualificate da parte delle imprese rimane debole”. In Italia studiare conviene di meno: il rendimento dell’istruzione universitaria, cioè il maggiore reddito rispetto a chi detiene un diploma, è del 24 per cento contro il 40 per cento in Francia e il 37 per cento in Germania. Per questo molti giovani formati (oltre 100 mila dal 2020 al 2024) vanno all’estero attratti da stipendi più alti e lavori più soddisfacenti. In sostanza, molti giovani non sanno cosa farsene della laurea e molte imprese non sanno cosa farsene dei laureati. “Si alimenta così un circolo vizioso – dice Panetta –. Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie”.Ed è qui che si arriva al secondo punto sollevato dal governatore della Banca d’Italia, l’adozione dell’intelligenza artificiale che “può divenire una leva decisiva per rilanciare la produttività dell’economia italiana”, ma non avverrà automaticamente perché “dipenderà dal grado di diffusione tra le imprese, a partire da quelle piccole e medie, e dalla capacità di integrarla nei processi produttivi”. E la situazione, anche su questo fronte, non è molto promettente. La quota di aziende che usa l’IA è ovviamente in aumento ma solo il 5 per cento ne fa un uso intensivo. La Relazione annuale della Banca d’Italia dedica un approfondimento alla penetrazione dell’IA nelle imprese: solo il 16 per cento delle aziende private con almeno 10 addetti usa l’IA, 4 punti percentuali in meno della media Ue. L’adozione aumenta all’aumentare della dimensione dell’impresa, raggiungendo il 63 per cento tra quelle con almeno 500 addetti a fronte del 28 per cento nella classe 20-49 addetti. Ma, come detto, solo il 5 per cento delle imprese integra estensivamente l’IA nei processi aziendali.Il rischio, evidenziato da Panetta, è che “si ripeta l’esperienza degli anni novanta” quando “nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni”. Ci sono varie teorie sul perché l’Italia perse il treno della rivoluzione ICT. Una è quella di Luigi Zingales, economista all’Università di Chicago, che individua le cause nel familismo e nell’assenza di meritocrazia nel sistema italiano. Un’altra è quella di Fabiano Schivardi, economista alla Luiss, secondo cui l’Italia (come altri paesi dell’Europa mediterranea) non è riuscita ad avvantaggiarsi della rivoluzione It perché le imprese avevano una struttura produttiva e manageriale inadeguata ad accogliere l’innovazione. Come negli anni Novanta il problema non era semplicemente “comprare più computer”, ora non è “usare di più ChatGpt”, ma avere un management capace di introdurre l’innovazione (cambiando i processi organizzativi) e un personale capace di accogliere l’innovazione (quindi preparato o in grado di formarsi).L’adozione dell’IA, che secondo le stime citate da Panetta può fare aumentare la produttività del lavoro “di 0,2 punti percentuali all’anno in uno scenario di adozione lenta, e di oltre 1 punto in caso di diffusione rapida e pervasiva”, implica uno sforzo notevole da parte delle imprese sia di tipo organizzativo sia in termini di investimenti in capitale umano e tecnologia. Lo stato ovviamente può fare qualcosa, ma molto tocca alle imprese.In questo senso, il quadro delineato dalla Banca d’Italia è più completo di quello emerso all’assemblea di Confindustria, dove anche il presidente Emanuele Orsini ha affrontato l’argomento, ma per dire che il governo deve aumentare gli incentivi fiscali all’adozione dell’IA e che l’Europa deve emettere debito comune per finanziare investimenti nell’IA. In sostanza, più soldi. E’ un fattore importante, ma non determinante. L’Italia ha una struttura produttiva che non è cambiata molto dagli anni Novanta e che ha davanti problemi analoghi a quelli che hanno ostacolato l’adozione delle tecnologie It. Alla fine l’adozione dell’IA dipenderà più dalla capacità delle imprese di renderla produttiva che dagli incentivi pur utili dello stato.
Le imprese non devono perdere il treno dell'AI, avverte Panetta
Negli anni Novanta l'Italia accumulò ritardi nell'informatica che frenarono la produttività per decenni. Oggi il rischio si ripete con l'intelligenza artificiale, ma dipende più dalle aziende che dagli incentivi dello stato













