Il centro politico, tante volte evocato a vanvera, ha avuto il suo momento di gloria in queste parziali elezioni amministrative.

È giusto sottolineare che si tratta di elezioni locali, con candidati e dinamiche che spesso rifuggono dagli equilibri romani. Però è giusto avanzare alcune considerazioni. Innanzi tutto l’importanza dei candidati, che in molti casi hanno guadagnato voti per la propria storia e il proprio approccio con gli elettori, un rapporto che non può esserci alle elezioni politiche dove non sono previste le preferenze e le liste sono compilate dai segretari dei partiti. Viene quindi a mancare qualsiasi rapporto tra elettore ed eletto. Da non confondersi col clientelismo, un male a cui una democrazia deve rispondere con gli anticorpi. Ma è decisamente meglio una promozione sul campo piuttosto che arrivare in parlamento solamente perché si fa parte del cerchio magico in auge in quel momento.

Sindaci e consiglieri comunali debbono riuscire, per vincere, a instaurare un feeling con chi vota. Sarebbe opportuno che anche la scelta dei parlamentari seguisse queste modalità. Ciò renderebbe meno schematico e contrapposto il dialogo tra gli schieramenti. Proprio quello che ha consentito taluni dei risultati di questi giorni. Il neo-sindaco di Venezia ha rivendicato la sua collocazione civico-centrista, non ha tessere di partito, ha un passato di scout e volontariato in organizzazioni cattoliche. Ha vinto contro il candidato Pd, un ex Pci con 5 legislature alle spalle.