Castellani

Nel dibattito pubblico italiano il “centro” è oramai spesso trattato come una categoria residuale, una terra di mezzo popolata da sigle fragili, leadership discontinue e ambizioni sproporzionate ai consensi. Eppure, a dispetto della sua cronica debolezza organizzativa ed elettorale, il centro continua a esercitare una funzione decisiva negli equilibri del sistema politico. Non per forza propria, ma per necessità altrui.

La ragione è strutturale. Il sistema politico italiano, anche nella sua versione più recente e in quella che si va delineando intorno alla futura legge elettorale, non premia soltanto la forza dei blocchi, ma la loro capacità di coalizione. Le maggioranze si costruiscono su margini ridotti, soprattutto in un quadro di bipolarismo imperfetto che nessuna riforma può risolvere. In questo contesto, pochi punti percentuali possono determinare l’assegnazione di collegi, premi di maggioranza e, in ultima istanza, la formazione o meno di un governo.

Il centrodestra lo sa bene. Forza Italia, pur ridimensionata rispetto alla stagione berlusconiana, resta un pilastro imprescindibile della coalizione. Non tanto per la sua capacità di attrazione autonoma, quanto per la funzione di cerniera che svolge: verso l’elettorato moderato, verso il mondo produttivo, verso i partner europei. Proprio per questo, ogni scivolone politico o simbolico degli alleati riguardo i berlusconiani pesa più del dovuto. Il caso Roggero e l’ambiguità dell’alleanza con Vannacci mettono in difficoltà un partito che vive di moderazione e reputazione, più che di mobilitazione identitaria. Nonostante ci siano distanze ideologiche, per Fratelli d’Italia e Lega, Forza Italia resta necessaria: senza il suo contributo, la coalizione rischierebbe di perdere quella quota di consenso moderato indispensabile per vincere nei collegi contendibili.